PoesiaPresente 2015, capitolo 2: al Binario 7 lezione spettacolo su Ungaretti
Fernanda pivano con giuseppe ungaretti a napoli (1966) foto di sottsass tratta dal libro the beat goes on mondadori, a cura di harari, e proviene dall'archivio della fondazione benetton studi e ricerche e biblioteca riccardo e fernanda pivano

PoesiaPresente 2015, capitolo 2: al Binario 7 lezione spettacolo su Ungaretti

Dietro le quinte di PoesiaPresente c’è tanto lavoro. E ne sa qualcosa il regista Enrico Roveris, condirettore del festival, che racconta la messa in scena della poesia mentre la rassegna arriva al capitolo 2: giovedì 16, al Binario 7 di Monza, lezione spettacolo su Ungaretti.

Si tratta di un “ volo affascinante nella contaminazione tra i linguaggi, concentrando forme e contenuti in una creazione che ha un respiro nuovo: auspicabilmente più contemporaneo, più potente e maggiormente fruibile”. Insomma: un’equazione nuova per il teatro di poesia, dice il regista Chicco Roveris, perché, dice citando Edoardo Sanguineti, “mettere in scena la poesia è e deve essere un’azione di risveglio della parola poetica affinché si provi a restituire a dei mirabili versi una significazione piena che il tempo, la ripetizione mnemonica o la pratica scolastica hanno incrostato”.

C’è questo nel dietro le quinte di PoesiaPresente 2015, la nuova edizione della rassegna ideata da Millegru con la condirezione di Roversi e Dome Bulfaro che torna giovedì 16 aprile, alle 21 al teatro Binario 7 (ingresso gratuito) con la seconda lezione spettacolo di “Classica contemporanea”: si parla di Ungaretti (“Quel nulla di inesauribile segreto”) con Bulfaro stesso e la partecipazione dei poeti Fabio Orecchini e Adriano Padua e del sound designer David Rossato, che peraltro presenterà per la prima volta pubblicamente l’opera “Ictus #16”, scritta - ancora una volta - con Dome Bulfaro. Dietro le quinte, si diceva, perché il teatro di poesia ha bisogno di una regia. E quella regia, a Monza, è quella di Enrico Chicco Roveris.

Enrico Roveris

Enrico Roveris

Ma insomma, che cosa vuol dire mettere in scena la poesia?

Il passaggio dalla propria stanza al pubblico è complesso, e lo è soprattutto per l’uso del corpo e per la modulazione della voce perché le poesie sono qualcosa di astratto, spesso la testa non ha niente a che vedere con il corpo, invece sulla scena è l’intero “pacchetto” corpo-anima e cervello che agisce. E come diceva Luca Ronconi: ”Ci si confronta con un testo per voce e non per scena, non c’è nulla che faccia spettacolo, mancano completamente le indicazioni dell’autore, così come l’azione e i rapporti tra i personaggi. Tutto sì riduce e si riassume nel testo, quindi è chiaro che si tratta di un lavoro fondato esclusivamente sulla voce” . Gli elementi mancanti vanno cercati e messi a servizio del progetto di messinscena: questo è il lavoro che con il poeta Dome Bulfaro sviluppiamo di continuo. Per Sanguineti mettere in scena la poesia è e deve essere un’azione di risveglio della parola poetica affinchè si provi a restituire a dei mirabili versi una significazione piena che il tempo, la ripetizione mnemonica o la pratica scolastica hanno incrostato. Trovare un’equazione nuova per il Teatro di Poesia.

E allora, al contrario, cosa può imparare dalla poesia un regista.

La bellezza della forza evocativa di un verso, la giustezza di una figura retorica, l’essenzialità e la precisione sull’asse della selezione delle parole. Ti accorgi che oltre agli autori e drammaturghi che hai sempre stimato e indagato vi sono i poeti,maestri che alloggiano per qualche momento nei loro versi il nostro sentire, e nel carezzarlo troppo lo appagano, lo corrompono, lo logorano, e ci costringono ad andare oltre per il fatto di avere immaginato la rivoluzione di un’arte che non racconti la realtà ai suoi spettatori, ma la incrini, la sposti, la sconfessi, la rigeneri, per e con loro, attirandoli nel cerchio della propria inattualità. Un’arte sincretica che sappia interrompere, con la bellezza non violenta, la furia cieca della storia.

E che differenza c’è tra la prosa e la poesia sul palco?

Federico Tiezzi iniziò a elaborare una teoria teatrale alla base di un teatro di poesia: Pasolini, ricordiamo, distingueva due grammatiche e quindi due modi espressivi nell’ambito cinematografico, l’uno basato sulla “prosa” logica, lineare, consequenziale, e l’altro basato sulla “visione”, sull’analogia, sulle associazioni poetiche, ed era quest’ultimo il tipo di cinema cui intendeva far riferimento, avendo a modelli per esempio Dreyer e Mizoguchi. Tiezzi dice di aver immaginato su quei presupposti il suo teatro di poesia, non quindi un teatro necessariamente in versi, non tanto quindi affidandosi alla teoria teatrale di Pasolini stesso quanto alle sue idee sul cinema: la volontà è stata quella di creare “un metodo, una prassi, uno stile di regia che consiste nella formazione, su scena, di una scrittura poetica equivalente a quella della poesia. Con i mezzi del teatro”. Questo il mio riferimento che provo ad applicare quando con Dome immaginiamo una messinscena su composizioni sue o di altri autori.

Com’è cambiata PoesiaPresente negli anni?

Credo di non sbagliare, in senso individualistico, nel dire che Poesia Presente non sia cambiata negli anni per la ricerca di un’identità o di una proposta o di un format. Le caratteristiche fondanti del lavoro di Millegru sono rimaste le medesime. Piuttosto nel poliedro della poesia si è deciso, anno per anno, di far risuonare e rendere visibile voci e facce di questo corpo. Dai poeti e movimenti contemporanei alla poesia performativa, visiva e sonora; dalle connessioni con altre discipline al fenomeno dilagante del Poetry Slam per arrivare a divulgare i padri del ‘900.

Avete aggiunto un elemento importante, quello di un sound designer: come mai?

Volevo che la mia narrazione trovasse nella musica appigli certi ma anche che fosse sollecitata da squarci di improvvisazione: sono pratiche sperimentate in più occasioni con David Rossato, ricerche che mi hanno sempre lasciato l’appetito di immergermi ancor di più, per carpirne il segreto, quel segreto, come scrive Ungaretti, che per quanto avvicinabile resterà sempre inesauribile. David Rossato è, per me, il compositore e musicista perfetto per creare sia paesaggi sonori in cui esperire viaggi interiori sia luoghi sonori di approdo in cui trasformare l’anima. La lezione-spettacolo su Ungaretti non vuole essere solo una serata di conoscenza dell’autore ma anche un’occasione per divaricare il cuore e, soprattutto, un affaccio sull’oltre, quell’oltre da Ungaretti in mille modi gridato e a cui, fatalmente, egli si è arreso e abbandonato. La sintonia di visione e l’“estetica dello struggimento” maturate con David Rossato, ci ha permesso di terminare, grazie alla sua musica, l’opera “ Prima degli occhi” di cui proporremo il brano “Ictus 16”, fresco di stampa su cd allegato al numero 9 di una delle più belle e valide riviste italiane di cultura non solo artistica, “In Pensiero”, diretta da Gianmaria Nerli. La scrittura di “Ictus 16” ha delle corrispondenze con le “Apocalissi” nonché coi “Proverbi” dell’ultimo Ungaretti, di cui per chiudere cito il terzo: “Chi è nato per cantare / anche morendo canta”. E noi, per chi il 16 aprile ci sarà, fino all’ultimo respiro canteremo Ungaretti e l’oltre della sua poesia.


© RIPRODUZIONE RISERVATA