Monza, l’ultimo testimone del pittore Pompeo Mariani in un documentario
Umberto Pitscheider in “Istanti ritrovati”

Monza, l’ultimo testimone del pittore Pompeo Mariani in un documentario

L’Archivio Pompeo Mariani pubblica un documentario in tre capitoli in cui l’ultimo testimone diretto dell’artista di Monza, il pronipote Umberto Pitscheider, racconta il pittore.

Buono, perché in lui si riconosceva la bontà e la chiedeva agli altri anche nelle inaspettate vesti di “quasi padre”. Irremovibile, perché c’è una differenza tra giusto e sbagliato e voleva che si crescesse, come lui, con la stessa convinzione. E istintivo, come chi sa che a volte bisognerebbe trattenere la mano, “darle dei pugni” per fermarla, eppure niente da fare: l’istinto a scattare un’istantanea sulla carta con la matita era comunque più forte dei bisogni di qualsiasi accademia.

Lo ricorda così, Pompeo Mariani, il pronipote Umberto Pitscheider, figlio del figlio di Anna, la sorella di Pompeo, il maggiore dei fratelli e l’unico a diventare allievo, confidente, assistente dello zio, cioè Giovanni Battista Pitscheider. L’ultimo ad avere avuto l’occasione di raccontare uno dei più grandi pittori di Monza - e uno dei più straordinari interpreti della Belle époque in Italia - e di farlo davanti a una telecamera.

Pompeo Mariani in un fotogramma del documentario

Pompeo Mariani in un fotogramma del documentario

Quei ricordi li ha raccolti il figlio Giovanni Pitscheider, regista, direttore della fotografia come il padre e videomaker che ha fondato gli archivi dedicati a Pompeo Mariani, Mosè Bianchi ed Elisabetta Keller. Nell’ottobre del 2011 ha ripreso il padre Umberto negli spazi dell’ex Isa, il liceo artistico Valentini alla Villa Reale, in dialogo con gli storici dell’arte Paolo Lunardi Versienti e Rodolfo Profumo per immagazzinare le parole dell’ultimo testimone della vita di Pompeo Mariani. E 10 anni dopo quelle riprese sono diventate “Istanti ritrovati”, un documentario di circa mezz’ora in tre capitoli pubblicato in questi giorni su Vimeo.com.

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«Lo ricordo a Milano e a Monza, affettuoso con me e mia sorella: era per temperamento portato a voler bene» dice Umberto Pitscheider, e soprattutto «aveva un senso forte di cosa si doveva fare e cosa non si doveva fare» a discapito di un’immagine di pittore branché, sottilmente legato alla moda. Era uomo di famiglia, capace di sostituirsi dove necessario come figura paterna dei figli della sorella. «Con quella barba di certo incuteva un certo senso di rispetto,un patriarca, un Mosè» scherza il pronipote pensando allo zio dello zio, Mosè Bianchi. «Mio padre era il più anziano dei fratelli e si era affezionato allo zio. Lui a sua volta si era affezionato a mio padre» imponendo il suo carattere certo bonario ma allo stesso tempo inflessibile - «tutto ciò che era lontanamente scorretto lo faceva andare in bestia» - e aveva creato quel legame speciale con Giovanni Battista, forse per quella sua attenzione per l’arte, assente nei fratelli. «Zio Pompeo», come dice Umberto, scriveva al padre anche due, tre volte al giorno («non c’erano i telefoni») e se mancavano lettere per due giorni scattava l’allarme. Una relazione che ha prodotto un patrimonio documentale incredibile in cui «anche buttare un biglietto del tram usato dallo zio Pompeo era impensabile. Qui il primo dei tre capitoli, gli altri si trovano sulla pagina Vimeo ufficiale.

ISTANTI RITROVATI - EP.1 from Giovanni Pitscheider PITSCHFILM on Vimeo.

«Ricordo la grande velocità che aveva quando doveva fare un dipinto, era prima di tutto un’impressione veloce, come un’istantanea: a volte diceva che avrebbe voluto colpirsi la mano perché troppo veloce, ma d’altra parte diceva anche che così era una immagine vera, viva. Correggere era contrario alla sua natura. E credo che lo considerasse un difetto ancora più grande della eccessiva velocità che ogni tanto si rimproverava». Succedeva così che scegliesse di non spostarsi tra Monza e Milano con il tram. «Prendeva una carrozza e in questo modo poteva chiedere a chi la guidava di fermarsi in qualsiasi momento», folgorato da un’immagine che avrebbe tradotto in un disegno da portarsi poi in studio: che si trattasse degli alberi, inclusi quelli del Parco di Monza, oppure una ragazzina o una signora per strada, «che così immagazzinava e che portava a casa», esattamente come con una fotografia. Anzi, una Polaroid, fino a qualche anno fa, uno scatto di smartphone, oggi: ma fatto a mano su un foglio. «Poi scattava anche fotografie - ricorda Umberto Pitscheider - ma non venivano bene: troppa fretta, non faceva attenzione ai tempi e al diaframma» nonostante in famiglia circolasse anche sangue fotografico, come in Gerardo Bianchi, fratello di Mosè, zio di Pompeo.

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«Posso dire di sapere tutto dei suoi quadri, ho i registri in cui da sempre ha segnato l’opera, a chi l’aveva venduta, con chi l’aveva scambiata così come facevano spesso i pittori all’epoca» e allo stesso tempio «mio padre stava attento alle mostre, scegliendo i quadri» e verificando anche i falsi di Pompeo Mariani, che hanno sempre circolato.

Un fotogramma del documentario

Un fotogramma del documentario

Ma in mezz’ora di ricordi c’è spazio per molto, nei ricordi dell’ultimo portavoce di Pompeo Mariani. Come il viaggio in Egitto insieme ad altri due pittori, dal quale sarebbe tornato ferito agli occhi per una ventata di sabbia ma da cui avrebbe portato altrettante “istantanee” della vita in nord Africa all’inizio del secolo scorso.

Oppure le caricature passate di mano in mano, che lo zio faceva da sempre, incluso il direttore della banca in cui lo avevano mandato a lavorare. «Quello poi l’ha vista - ricorda il pronipote - e così lo ha cacciato dalla banca. Ed è stata la sua fortuna».


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