Che cos’è e a cosa serve il video partecipativo: parla Cristina Maurelli
Monza: presentazione del Festival del video partecipativo (Foto by Fabrizio Radaelli)

Che cos’è e a cosa serve il video partecipativo: parla Cristina Maurelli

Cristina Maurelli, curatrice della prima edizione italiana dell’International PV festival e docente di Discipline dello spettacolo all’Università di Brescia spiega che cos’è e a cosa serve il video partecipativo.

«Perché Monza? Perché sono convinta che sia il palcoscenico ideale per raccontare l’unicità del video partecipativo. Avremmo probabilmente potuto organizzare questo primo Festival internazionale di video partecipativo anche a Milano, ma mi piaceva l’idea di valorizzare questa città, offrendo un festival unico nel suo genere».

È entusiasta Cristina Maurelli, curatrice della prima edizione italiana (e tutta monzese) dell’International PV festival, un evento promosso da Liberi Svincoli, grazie alla collaborazione e al sostegno di ventinove partner istituzionali e privati. Il Cittadino (media partner) ha incontrato Maurelli, che è docente di Discipline dello spettacolo all’Università di Brescia ed esperta da anni di teatro sociale e video partecipativo, alla presentazione ufficiale del festival, e le abbiamo chiesto di partire dall’inizio.

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Il video partecipativo è la possibilità offerta anche ai non professionisti, a chi non è addetto ai lavori, di trasformarsi in cineasti. È questa la forza del video partecipativo, che è frutto di un lungo e meticoloso lavoro di squadra, capace di mettere a frutto le competenze di ciascuno. Non un semplice video, nemmeno un cortometraggio incentrato su qualcosa da raccontare. A fare la differenza è un comune denominatore. Il film deve essere il prodotto di un gruppo o di una comunità animata da un interesse comune. Il video partecipativo è una realtà ormai collaudata da tempo all’estero. Meno in Italia, dove solo da pochi anni viene proposto per coinvolgere in progetti legati alla produzione cinematografica, realtà fragili come i tossicodipendenti, i detenuti, gli stranieri, i disabili.

Come è nato questo evento?
Lo scorso anno io e Giorgia (Mosca, presidente di Liberi Svincoli, nda) eravamo sull’aereo, di ritorno dal Belgio, dove avevamo partecipato a uno dei più importanti festival di PV in Europa. Ci siamo guardate e abbiamo capito subito che dovevamo fare qualcosa di simile anche qui da noi.

Quali sono le potenzialità concrete offerte dal video partecipativo?
Noi di Liberi Svincoli pensiamo che la partecipazione a un progetto comune sia in grado attivare qualità e competenze magari sopite da tempo. E il cinema è uno straordinario attivatore di questa voglia di partecipare.

Il cast di Unicitas Modoetiae

Il cast di Unicitas Modoetiae
(Foto by Massimiliano Rossin)

È una metodologia che funziona con tutti?
Sì, anche se è particolarmente indicata con i gruppi più fragili: disabili, stranieri, malati, detenuti, perché è capace di stimolare energie che a fatica riuscirebbero altrimenti ad emergere. È fondamentale però che ad avviare il progetto sia una comunità o un gruppo che ha un comune interesse, un denominatore che li unisce.

Che differenza c’è tra chi realizza un video con il cellulare e lo posta sui social e chi lavora ad un video partecipativo?
Chi usa il cellulare per fare un filmato e immediatamente lo pubblica on line di solito non ha alcuna competenza e non comprende la potenza che quel video può scatenare. Il video partecipativo (PV) prevede una formazione preventiva e necessita di un tempo di pensiero per elaborare il messaggio che si intende promuovere. Alla fine non conta tanto il risultato finale, il film che si riesce a realizzare, ma il processo che lo genera.

Tutti possono realizzare un video partecipativo?
Sì, occorre però prepararsi. È fondamentale un lavoro di empowerment durante il processo di lavorazione. Ogni componente del gruppo si sceglie un ruolo: costumista, truccatore, attore, sceneggiatore, tecnico luci, e lo mantiene fino al termine del lavoro.

Dopo una prima fase di scrittura, e la ripresa video come prosegue il lavoro?
Segue il momento del ripensamento con il montaggio ed è una fase cruciale. Io ho elaborato un protocollo, chiamato PV Code, che individua passo dopo passo tutte le fasi di realizzazione di un video partecipativo, fino al momento finale di condivisione con il pubblico. È straordinario notare come in ogni fase del processo creativo si attivino capacità presenti all’interno del gruppo.

Questa prima edizione monzese di un festival internazionale del video partecipativo potrebbe quindi fare scuola?
Sicuramente è un evento straordinario per Monza e uno dei pochi in Italia dedicati a questo genere di produzioni. Sono convinta che la valorizzazione del nostro territorio possa passare anche attraverso appuntamenti come questo.


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