Leonardo: quando il duomo di Monza fece causa alla famiglia della Dama con l’ermellino
La dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci

Leonardo: quando il duomo di Monza fece causa alla famiglia della Dama con l’ermellino

La Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci? Era Cecilia Gallerani. La cui famiglia c’entra molto con Monza: ancora oggi una roggia porta il loro nome. Ma c’è anche una causa intentata loro dai canonici del Duomo.

La celeberrima e celebrata dama dell’ermellino di Leonardo ha inesplorati e sorprendenti legami con la nostra città. Sono legami che emergono dalle pieghe della storia meno visitate, quelle che non compaiono nei manuali scolastici. Quelli che occorre andare a scovare in documenti d’archivio corrosi dal tempo o che si indovinano dal confronto tra le fonti, le date, le circostanze, gli incontri tra personaggi.

La Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci

La Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci

Sigerio Gallerani era un giurisperito ghibellino di Siena che verso il 1430 se ne andò dalla sua città per dissapori con il resto della famiglia, che pare fosse guelfa. A Milano, pur non essendo nella matricola dei nobili perché immigrati, i Gallerani ottengono incarichi in ambito amministrativo presso i Visconti prima e degli Sforza poi. Nel 1467 Fazio Gallerani è referendario delle tasse nel milanese per conto di Bianca Maria Visconti. Acquisisce così alcune proprietà - oltre che a Milano, in contrada San Simpliciano - in alta Brianza, ad Agrate, Monza e Carugate, dove si costruisce un palazzo di campagna - oggi villa Gallerani-Melzi d’Eril – che ancora conserva lacerti di affreschi quattrocenteschi.

L’irrigazione

Nel 1475-6 Galeazzo Maria Sforza aveva concesso a Fazio Gallerani il permesso di attingere acque dal Lambro per irrigare le sue terre. Le acque dei fontanili dei suoi terreni ai Piani d’Erba convogliate nel Lambro a Merone, vengono riprese a Villasanta, presso il mulino Spaditt (o Sesto Giovine) con la derivazione di una roggia, larga due metri e profonda circa 80 centimetri, che viene chiamata Gallerana e corre serpeggiando per raggiungere i terreni da irrigare.

La roggia dei Gallerani incontrava Monza nella zona dove oggi la ferrovia proveniente da Lecco incrocia viale Libertà, raggiungeva via Sicilia percorrendo via Gallarana e usciva a Sant’Albino. Si dirigeva poi verso la cascina Offellera di Agrate e la cascina Preziosina di Carugate, le terre dei Gallerani. Oggi quasi totalmente interrata nel suo corso – tranne il tratto rimasto nel parco – riemerge dopo Brugherio, alla Baraggia e alla cascina Sant’Ambrogio, e si disperde nella zona di Increa tra campi e casolari.

La roggia ai tempi fa sorgere anche una controversia tra Fazio e i canonici del duomo di Monza (ai quali Azzone Visconti circa cento anni prima aveva concesso i diritti sulle acque del Lambro in città) che culmina, secondo i documenti, nella confisca di alcune terre dei Gallerani per risarcire il danno.

L’ultima nata

Ma veniamo alla dama del quadro. Fazio morì nel 1480. Aveva sei figli maschi e due femmine. La sua ultima, Cecilia, aveva allora sette anni. La madre Margherita la promise undicenne a un tale Giovanni Stefano Visconti che aveva venticinque anni più di lei, ma le nozze non vennero mai celebrate perché nel frattempo Cecilia era diventata l’amante di Ludovico il Moro.

Il Moro era il più intelligente dei figli di Bianca Maria e Francesco Sforza. Prese il potere dopo la congiura che eliminò il fratello primogenito, quel Galeazzo Maria che si sospetta avesse avvelenato la sua stessa madre, Bianca Maria Visconti. Ludovico, che invece l’amava molto, le scrisse l’ultima lettera (1466) proprio dalla rocca di Monza. Anche Bianca Maria era molto legata a Monza, non solo per gli affreschi degli Zavattari che la ritraevano nei panni di Teodelinda, ma perché amava le battute di caccia nella valle Bernasca. Dopo la sua morte, Galeazzo usò il castello di Monza per la luna di miele con la sposa Bona di Savoia e in seguito per i suoi incontri d’amore con la duchessa Lucia di Mariano. E anche Ludovico faceva lo stesso per la caccia e gli amori.

Cecilia divenne intima con il Moro probabilmente nel 1486, quando aveva solo tredici anni. E si vede nel ritratto di Leonardo. Bruna, bocca piccola e occhi grandi, delicatamente bella, coi capelli raccolti, la fronte velata, una collana di pietre nere, nell’abito di velluto morello a fini ricami e stringhe, alla moda dell’epoca, è ripresa di tre quarti, come se si stia voltando. Non guarda verso l’osservatore, ma a destra, come verso qualcuno entrato nella stanza in quel momento – forse il Moro? - e da cui proviene la luce che inonda la sua figura.

L’incontro con Leonardo

Leonardo era arrivato a Milano nel 1482 e rimane con Ludovico circa otto anni. Per il duca Leonardo non realizza solo opere di ingegneria e capolavori d’arte, ma anima anche la vita di corte, con facezie, indovinelli, favole, musiche, danze e feste.

Agrate: la roggia Gallarana all’uscita dal canale Villoresi

Agrate: la roggia Gallarana all’uscita dal canale Villoresi
(Foto by Fabrizio Radaelli)

Rimane famosa, alle nozze del nipote del Moro, Giangaleazzo Maria, con Isabella d’Aragona, la festa del Paradiso. Il Moro indossa abiti disegnati da Leonardo: giubba di velluto scuro ricamata in oro, mantello di panno nero foderato di zibellino e calzoni di raso bianco alla spagnola. Il banchetto prevede – oltre paste e pani conditi, carni di ogni tipo e formaggi con frutta sciroppata – cervi, cinghiali e un pavone cotti e allestiti sui vassoi in pose come ancora vivi, un dolce di marzapane a forma di castello e la pasta panettona glassata con lo stemma del biscione in frutti canditi. A mezzanotte Leonardo dà il via alla sua macchina del Paradiso, una grande semisfera decorata in lapislazzuli e oro per rappresentare il firmamento. In essa adolescenti in tuniche greche rappresentano i pianeti e suonando la cetra recitano i versi del poeta Bellincioni. Giove ringrazia per la bellezza la nuova duchessa, Apollo lamenta che esista una creatura - la sposa - più bella di lui. Scendono poi dal Paradiso le tre Grazie: una bionda suona il liuto, una seconda corvina canta e la terza fulva esalta l’amore coniugale che sta per essere consumato...

L’ermellino

Nel ritratto di Cecilia – che il Moro commissiona a Leonardo nel 1488 - compare l’ermellino che gli dà il nome. L’animale è il simbolo del duca stesso, che era stato investito dell’ordine reale dell’ermellino quando l’imperatore Massimiliano d’Asburgo gli aveva offerto il titolo di re per ottantamila ducati. Ma l’ermellino è qui in divisa estiva color terra e non in quella reale bianca che mostra d’inverno, perché il titolo non viene accettato dal Moro per opportunità politiche o forse perché costa troppo. Nei bestiari medievali l’ermellino è però anche simbolo delle virtù di moderazione, temperanza e della delicatezza.

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Nel 1491 Cecilia dà a Ludovico - che nel frattempo si è sposato con Isabella d’Este - un figlio, Cesare, che il Moro fa educare insieme ai suoi figli legittimi. La Gallerani resta ancora con lui per due anni, poi il duca per sistemarla la dà in sposa al conte Ludovico Carminati de’ Brambilla, detto il Bergamino, e lei va a vivere nel suo castello di San Giovanni in Croce, nel cremonese. Amante dell’arte e poetessa lei stessa, Cecilia rimane sempre amica di Leonardo e continua a scrivergli per tutta la vita. È anche musa del loro amico comune Matteo Bandello - autore di una delle prime versioni della storia di Romeo e Giulietta - che le dedica alcune delle sue novelle.

Uno dei sette fratelli di Cecilia - Siglerio - rimane a vivere a Carugate, tanto che una sua nipote, Beatrice Gallerani diverrà amante del generale di Carlo V in Italia, Antonio de Leyva, dal quale avrà Diego de Leyva, zio di Virginia, la monaca di Monza.


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