È il Dantedì: perché Dante è in tutte le nostre vite (consapevoli o meno)
Dante Alighieri

È il Dantedì: perché Dante è in tutte le nostre vite (consapevoli o meno)

Mercoledì 25 marzo è il giorno stabilito per l’inizio del viaggio di Alighieri dall’Inferno: il primo Dantedì. Il Cittadino ha chiesto alla docente Mezzadri di spiegare l’attualità del poeta che ha fondato la letteratura italiana

Mercoledì 25 marzo è il giorno stabilito per l’inizio del viaggio di Dante Alighieri dall’Inferno: il primo Dantedì. Maria Alberta Mezzadri, professoressa di italiano, latino e greco al liceo classico Zucchi di Monza, ha accettato di raccontare al Cittadino l’attualità di Dante Alighieri, una delle tre corone della letteratura italiana insieme a Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.
Il Dantedì, il giorno di Dante, è stato istituito dal Consiglio dei ministri come giornata nazionale nella data in cui, convenzionalmente, iniziò il suo viaggio negli inferi descritto nella “Comedia”. Avevano sostenuto l’iniziativa, tra gli altri, Accademia della Crusca, Società Dantesca, Società Dante Alighieri.

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Cosa continua a dirci Dante in questo tempo? Nella Commedia, che è considerata la summa del pensiero medievale, non troviamo una risposta ma una chiave, la possibilità di affrontare temi che sono sempre attuali e disperatamente umani: l’amore, la fede, la politica, il peccato, la redenzione, il libero arbitrio. Dante si rende conto della profonda crisi spirituale e politica che sta attraversando il suo tempo, cerca di dare una risposta che però non rimane legata al contingente creando un’opera mundi, il poema dell’universo.

Monza, professoressa Maria Alberta Mezzadri

Monza, professoressa Maria Alberta Mezzadri
(Foto by Fabrizio Radaelli)

Perché leggerlo? La prima risposta che mi viene è questa: perché Dante è nella nostra vita, consapevolmente o meno.

Voglio partire dalla mia specola, dal mio piccolo angolo. Sono cresciuta sentendo recitare Dante: ricordo mio padre che in modo teatrale leggeva di Farinata, delle Malebolge, del conte Ugolino; ascoltavo i canti della Commedia recitati sui dischi in vinile (allora era così) da Vittorio Gassman. Al liceo sulla porta della mia classe, con gesto un po’ goliardico e forse anche no, era appeso un cartello con i celeberrimi versi (Inf., III, 1-9): Per me si va nella città dolente,/ per me si va nell’etterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente./… lasciate ogne speranza, voi ch’intrate (modernissima l’intuizione dantesca di una porta che parla in prima persona).

Tuttavia nella mia personale memoria e nella mia vita di docente c’è stato un momento che porterò sempre nel mio cuore: una studentessa che stava attraversando un momento delicato, parlando di sé, mi ha sussurrato che avrebbe voluto anche lei avere Virgilio che la prendesse per mano e la accompagnasse nel percorso infernale e difficile dell’esistenza, che le indicasse la strada.

Passando ad altra prospettiva, perché leggere Dante? Nei suoi versi si ritrova un poeta esule e perseguitato come Osip Mandel’stam che, prigioniero in un gulag staliniano, traduceva in russo Dante, Petrarca e Ariosto per i propri compagni: aveva imparato l’italiano, innamorandosi, attraverso la Commedia, della musicalità e della complessità fonetica di quella che definiva la più dadaistica delle lingue romanze. Si racconta che nel gulag dove trascorse gli ultimi giorni di vita fosse rimasto estraneo alla degradazione del luogo: la poesia che recitava per i prigionieri anche in italiano, la sera davanti al fuoco, era una difesa contro il nulla.

In “Se questo è un uomo”, libro che ci getta nell’inferno dei viventi ed è intessuto di citazioni dantesche, il protagonista, nel capitolo dedicato a Ulisse, cerca di ricordare i versi del XXVI canto dell’Inferno per insegnarli a un giovane alsaziano, ma questi sembrano abbandonarlo, riemergono franti; in quel momento egli avrebbe dato qualunque cosa per non perdere la memoria di sé, della poesia, della propria lingua, soprattutto del messaggio profondo che Dante lascia circa l’essenza dell’uomo contro la brutalità cieca.
“Perché negarci la gioia di leggere la Commedia?” Sono le parole del Nobel argentino Jorge Luis Borges che aveva imparato l’italiano, quello di Dante, leggendo in tram a Buenos Aires la Commedia con traduzione a fronte in inglese da Carlyle.

Dante è universale, ci parla di politica nel senso più nobile del termine, lui che prima ancora che poeta nasce politico e lo rimane per tutta la vita, senza piegarsi a compromessi. Dante fonda la lingua italiana e in questa lingua parla di un viaggio, anche se nella prospettiva della Scolastica, che è il viaggio di ogni uomo, di ognuno di noi. In un mondo sempre più secolarizzato molti non credono all’ esistenza di Dio o a un aldilà in cui si possa essere puniti o premiati; spesso ci si interroga, anche se confusamente, su cosa possa accadere dopo la morte.
La Commedia racconta che cosa accade dopo la morte, ci parla dell’immortalità dell’anima, di libero arbitrio e della responsabilità dell’uomo nella piena determinazione del proprio destino. È un’opera scritta per cambiare la vita degli uomini: il fine del poema, Dante ce lo dice nella discussa Epistola a Cangrande della Scala (XIII, 39) è removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis, togliere i viventi dallo stato di infelicità in questa vita e guidarli alla felicità.

È poesia che nasce per la vita.

La Commedia trascende il contesto storico del Trecento, così l’esperienza biografica e personale dell’esilio vissuto e sofferto da Dante diventa motivo di meditazione universale. Dante non teme di raccontarci le sue paure, i propri turbamenti, non teme di piangere: generazioni di uomini e donne che lo hanno letto, imparato e recitato – prima ancora che interpreti e filologi- si sono riconosciuti in questo.

Se è riuscito in un viaggio contemporaneamente fantastico e reale, in un presente che è allo stesso tempo passato e futuro, anche noi usciremo a riveder le stelle.

Alla fine Dante vede Dio e in Dio trova sé stesso, vede il proprio viso, con alcuni dei versi più potenti, belli e difficili di tutta la letteratura, scoprendo che ciò che governa l’universo fisico e spirituale è l’Amore. Quell’Amore ha voluto proprio lui, lo ha portato a sé dal suo presente, da cui in realtà non si è mai mosso. I suoi versi ci fanno fare esperienza di qualcosa di noi che sta nel profondo e che talvolta sembra dimenticato, la sua lingua così plastica, difficile, multiforme è diventata anche la nostra lingua e di tanta nostra poesia che ci guida e cercare e a rivedere le stelle -ognuno riconosce le proprie- come quelle che ho ammirato in questa notte meravigliosamente stellata e silenziosa in cui sto scrivendo.


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