Monza, la proposta di Piffer: stanze salvavita in città per chi si droga
Paolo Piffer in consiglio comunale (Foto by Fabrizio Radaelli)

Monza, la proposta di Piffer: stanze salvavita in città per chi si droga

Il consigliere comunale di minoranza Paolo Piffer propone di istituire a Monza le stanza salvavita per chi si droga: spazi igienici e sotto controllo. «Mettono al sicuro anche gli altri cittadini».

Si chiamano “stanze salvavita” ma, in realtà, sono destinate a chi l’esistenza se la sta bruciando con la droga. Sono luoghi «protetti e igienicamente garantiti» presenti in altri Paesi che, secondo Paolo Piffer di PrimaVera Monza, dovrebbero spuntare anche nella nostra città. L’esponente della lista civica ha chiesto lunedì in consiglio comunale al sindaco Roberto Scanagatti e alla giunta di avviare un progetto pilota che preveda l’istituzione di una struttura simile. Per poterlo fare, ha premesso, l’amministrazione dovrà richiedere il via libero al Governo e alla Regione. Le stanze salvavita, ha spiegato, sono utili sia per i tossicodipendenti sia per i cittadini che rischiano di pungersi con le siringhe abbandonate nei giardini o di trovarsi di fronte qualche persona proprio mentre si buca.

Gli spazi appositi in cui sono presenti operatori specializzati, ha precisato Piffer, all’estero rappresentano il quarto pilastro delle politiche di contrasto alla tossicodipendenza accanto alla prevenzione, alla cura e alla repressione. I luoghi si inseriscono nel filone della riduzione del danno che consente ai consumatori di assumere le sostanze che si procurano all’esterno «con l’assistenza di personale professionale» in grado di assisterli in caso di malore o di sovradosaggio e di indirizzarli ai servizi specifici oltre che ai programmi di disintossicazione e di reinserimento.

A Monza, ha suggerito il consigliere comunale, la stanza salvavita dovrebbe avere un «minimo impatto» sulle abitazioni vicine e dovrebbe consentire di raggiungere agevolmente i pronto soccorso. Il suo utilizzo e il suo monitoraggio dovrebbero essere regolamentati da un disciplinare redatto in collaborazione con l’Asl che permetta di valutare costantemente i risultati ottenuti.


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