Brianza arreda,  condannato uno dei soci per la truffa dei mobili pagati dai clienti ma mai consegnati
Uno dei cartelli pubblicitari che segnalava la presenza dello store

Brianza arreda, condannato uno dei soci per la truffa dei mobili pagati dai clienti ma mai consegnati

Condanna a sei mesi di reclusione (pena sospesa) per Alessandro Villa e assoluzione per Edoardo Brambilla. Si è chiusa in tribunale a Monza la vicenda processuale di Brianza Arreda, ex negozio di Agrate Brianza. Clienti provenienti dalle province di Lecco, Monza e Bergamo avevano ordinato cucine, camere da letto e altri pezzi di arredamento, in cambio di acconti anche consistenti, senza però ricevere in cambio la merce pagata.

Condanna a sei mesi di reclusione (pena sospesa) per Alessandro Villa e assoluzione per Edoardo Brambilla. Si è chiusa in tribunale a Monza la vicenda processuale di Brianza Arreda, ex negozio di Agrate Brianza. Clienti provenienti dalle province di Lecco, Monza e Bergamo avevano ordinato cucine, camere da letto e altri pezzi di arredamento, in cambio di acconti anche consistenti, senza però ricevere in cambio la merce pagata.

Tra i clienti degli acquisti “fantasma” ci sono diversi clienti, parti offese nel procedimento contro alcuni soggetti riconducibili all’azienda, ora fallita, “Brianza Arreda”. I due imputati, proprio in questi mesi, stavano rispondendo in aula di truffa in concorso. Il giudice monocratico di Monza, Giovanni Gerosa, ha condannato Villa, assolvendo, invece, Brambilla. La Procura di Monza, rappresentata in aula dal vice procuratore onorario, Paola Suglia, nei mesi scorsi aveva chiesto la condanna degli imputati. Il giudice, tuttavia, ha trasmesso gli atti in Procura per valutare la sussistenza di una possibile bancarotta.

La grande esposizione Brianza Arreda di Agrate: oggi non esiste più

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Che la posizione dei due imputati fosse diversa era emerso durante il dibattimento, in particolare dopo le parole della figlia del Brambilla. Parole pronunciate in una precedente udienza. Udienza, infatti, nella quale la donna aveva evidenziato una responsabilità marginale del padre. «Mio padre – aveva raccontato la figlia – era solo uno dei soci, ma lì non c’era mai. Un giorno era arrivata una strana segnalazione da parte di un’amica che aveva ricevuto una lettera nella quale si diceva che non era stata pagata una rata del finanziamento. Mio padre aveva effettuato dei pagamenti di tasca propria per dei clienti che avevano fatto ordini ma che poi non avevano ricevuto quanto richiesto. Aveva sottoscritto anche delle fideiussioni a titolo personale, perdendo anche la casa che era finita all’asta.Quando emersero problemi in società mio padre fece ipotecare la casa alla moglie, mia madre. Quando mio padre iniettò del denaro nella società, il socio alla fine si tirò indietro».

L’interno del negozio

L’interno del negozio


La società era fallita nel 2012. Ma erano stati diversi i clienti che avevano segnalato problemi rispetto alle consegne “fantasma”. Sono state diverse le segnalazioni che portarono all’apertura del fascicolo in Procura a Monza. Ma nelle ultime ore il cerchio si è chiuso con la condanna di uno dei due imputati e l’assoluzione dell’altro.


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