Anniversario Icmesa: Luigi Losa, memorie di un giornalista a Seveso tra la popolazione ferita e smarrita (che «meriterebbe una medaglia»)

Luigi Losa, giornalista e a lungo direttore del Cittadino, riannoda i ricordi dell'incidente all'Icmesa di Seveso a 50 anni dal disastro.
Diossina Seveso Icmesa filo spinato
Diossina Seveso Icmesa filo spinato

«La sofferenza l’ho vista dipinta sul volto del sindaco Francesco Rocca, una sofferenza vissuta di persona, mentre andava in giro con il megafono, su una piccola utilitaria, per avvisare la popolazione. Era un film neorealista». È una delle prime immagini che appaiono alla memoria del giornalista Luigi Losa, uno dei più longevi direttori del Cittadino, quando riguarda il suo personale film del disastro Icmesa.

Era 26enne, allora – «l’anno in cui mi sono sposato» – giovane corrispondente del Corriere della sera. Lui, il fotografo Piero Vismara, il collega Mario Galimberti del Giorno, catapultati in una tragedia inaspettata, inedita e internazionale giusto dietro casa.

Diossina Seveso Icmesa il giornalista Luigi Losa e il fotografo Piero Vismara
Diossina Seveso Icmesa il giornalista Luigi Losa e il fotografo Piero Vismara

«Il primo ricordo è di grande confusione e incertezza, perché la notizia di quanto accaduto sabato 10 si è diffusa solo il 17, io e Galimberti siamo stati i primi a darne notizia, ma sui giornali di una settimana dopo l’incidente. Ripeto: incertezza. Perché soltanto tra il martedì e il mercoledì dieci giorni dopo il 10 luglio ha iniziato a circolare la parola diossina, quando finalmente la Roche di Zurigo, che gestiva Givaudan, ammette quanto accaduto».
Nel frattempo, ricorda, cresceva l’allarme per la cloracne (dermatite tossica) che si moltiplicava sui bambini, «aumentavano di giorno in giorno quelli colpiti» e non si capiva perché. Poi si è capito: «Eravamo nell’ufficio del sindaco Rocca quando ha ricevuto la drammatica telefonata dall’ufficiale sanitario che gli spiegava cosa fosse successo e utilizzava quella parola misteriosa, Tcdd», che era appunto la diossina.

Da quella settimana la frequentazione di Seveso è stata quotidiana, per cinque anni di fila. «Se quel disastro non è stato peggiore lo si deve a una sola persona: Carlo Galante, che era il sorvegliante dello stabilimento e caporeparto. È stato lui a intervenire non appena ha capito cosa stesse succedendo. Se non fosse stato per lui la diossina sarebbe arrivata fino a Milano, e in quantità maggiori».

Il fatto è che se oggi esistono sistemi di sicurezza e protocolli lo si deve a quel giorno, perché allora l’impianto era attivo anche senza controllo, «non c’era cultura della sicurezza» e i pericoli sono stati sottovalutati. «Bisogna pensare che le Regioni avevano solo sei anni, che non c’era stata la riforma sanitaria, non esistevano Usl e Asl: niente di niente. Solo l’ufficiale sanitario del Comune, che rispondeva a Milano» e allora è ancora più straordinario il lavoro di Paolo Mocarelli all’ospedale di Desio, «che ebbe l’intuizione di congelare i campioni di sangue per raffrontarli nel tempo e poi per misurare negli anni la quantità di diossina nelle persone».

Diossina Seveso Icmesa prima pagina del Cittadino 1976
Diossina Seveso Icmesa prima pagina del Cittadino 1976

E ancora: «Ho una copia del rapporto finale della commissione parlamentare di inchiesta che descrive l’iter autorizzativo. L’azienda crebbe subito nel dopoguerra, prima a Napoli e poi al Nord, come Industria chimica medese, appunto Icmesa. La legislazione era talmente inesistente in materia di controlli e sicurezza. Dissero “dobbiamo aumentare e dobbiamo ampliarci, nessun problema, così aumentiamo l’occupazione, c’è più lavoro: erano gli anni ’50 e ’60, dalla ripresa al boom», l’idea di crescita del dopoguerra. «E dire che sarebbe bastato un tubo per sfogare il materiale in un altro contenitore».

Poi scorrono le immagini. I primi giorni, quelli con i militari ancora in divisa che tiravano il filo spinato, «come se servisse a qualcosa», gli stessi militari che da un giorno all’altro si ripresentano in spaventose tute bianche che li coprivano interamente. E le persone evacuate, «con quel primo gruppo mandato a Bruzzano in un residence che non esiste più e il secondo, un motel sulla tangenziale ad Assago: le facce di quelle persone non si possono dimenticare. Erano povera gente, immigrati da Veneto e Sud, arrivati per lavorare. Abitavano casette tirate su alla bell’e meglio, con i pochi risparmi, avevano perso tutto. Erano disorientati, smarriti, nessuno sapeva dire loro quanto sarebbe durata l’evacuazione». Sarebbe durata tanto, per molti per sempre.

«Ma ci sono anche storie di resilienza e coraggio, come quando venne fuori l’idea di un inceneritore per bruciare tutto e usarlo poi per i rifiuti: la popolazione si oppose duramente. Da lì sono nate le vasche e la nascita del Bosco delle querce, che non è soltanto una risposta ambientale al disastro, è un simbolo». O Comunione e liberazione, che aveva organizzato una sorta di oratorio estivo per i bambini per distrarli, con il giovane medico Ambrogio Bertoglio: «Li portavano di giorno a Barlassina, più a nord, lontano dalle tensioni. Avevano anche inventato uno slogan: “A Barlsassina abbiamo vinto la diossina”»

«Non mi stanco di ripeterlo: i sevesini meritano una riconoscimento, una medaglia al valore civile», perché hanno portato a lungo e spesso continuano a portare addosso la “lettera scarlatta” di quanto accaduto. «Molti di quelli che avevano prenotato le vacanze si videro respingere e annullare le camere, chi aveva acquistato mobili dalla Brianza li rimandava indietro».

L'autore

Libri, arte, gatti e sì, tanta (spesso troppa) cucina. Non solo quella redazionale. Tutto il resto è cronaca. Giornalista professionista, redattore, alla soglia dei trent’anni di Cittadino, ma solo perché ho iniziato giovanissimo. Con più di 125 anni di storia di Monza e Brianza da tramandare.