Nel 1976 nessuno sapeva davvero cosa fosse la diossina. Si navigava a vista, più guidati dagli interessi che dalla scienza. È in questo contesto che nacquero decisioni oggi difficili da comprendere.
La superstrada Milano‐Meda, ad esempio, non poteva essere chiusa: troppo importante per il traffico, troppo strategica per l’economia brianzola. Così ai cittadini fu detto di «viaggiare coi finestrini chiusi», mentre le mappe ufficiali sostenevano che la nube non avesse mai raggiunto l’arteria, pur essendo a pochi metri dall’Icmesa. Curiosamente, però, la stessa nube avrebbe superato la strada e contaminato terreni sul lato opposto.

Anniversario Icmesa: diossina misteriosa ma non al cimitero di Seveso, a Cesano artigiani “in incognito”
Lo stesso schema si ripeté verso sud. Ufficialmente la diossina non toccò il cimitero di Seveso. Chiuderlo a tempo indeterminato sarebbe stato impensabile. Eppure il camposanto confina con quello che oggi è il Bosco delle Querce, la ex zona A, l’area più inquinata dell’intero disastro. Una nube che si ferma davanti ai morti: una spiegazione scientifica non c’è, una spiegazione pratica sì.
Misteri anche ai confini comunali. Le linee tracciate a mano sulle cartine dell’epoca mostrano una nube che si arresta esattamente al limite con Cesano Maderno. Non per ragioni sanitarie, ma economiche. Gli artigiani di Seveso furono costretti a cancellare il nome della città dai furgoni: nessuno voleva più farli entrare in cortile, nessuno voleva acquistare da loro. L’economia brianzola non poteva permettersi che lo stesso stigma colpisse anche Cesano, centro produttivo più grande e più influente. La diossina era invisibile, ma le conseguenze economiche erano già chiare a tutti.
Sevesini e diossina, nell’estate del 1976 trattati come portatori di un contagio: respinti
Non era solo la paura a trattenere i residenti di Seveso nell’estate del 1976: era l’impossibilità concreta di lasciare la città dopo l’incidente dell’Icmesa. Chi provava ad allontanarsi per qualche settimana, magari per mettere al sicuro i figli o semplicemente per restare lontano dalla diossina, scopriva di essere diventato indesiderato. In alberghi, campeggi, case vacanza, il nome “Seveso” bastava per sentirsi respingere. Erano trattati come portatori di un contagio inesistente, marchiati da un disastro che non avevano scelto. Molte famiglie avevano preparato valigie e documenti, convinte che una breve fuga potesse attenuare l’angoscia dei giorni successivi all’esplosione. Ma ovunque trovavano porte chiuse.
La diossina era un mistero per tutti, e l’ignoranza generava sospetto: più che sufficiente per essere respinti. La vacanza, che per molti avrebbe significato protezione e normalità, era negata da una paura collettiva che trasformò un’intera comunità in un gruppo di “appestati” senza colpa. In quei giorni, restare a Seveso non fu una scelta: fu l’unica possibilità rimasta.