Musica, Angelica Schiatti si racconta tra Beatles, Radiohead e Ermal Meta: «Adesso tocca a me»
Brianza Rock Festival 2015: Angelica Schiatti e i Santa Margaret sul palco dell'autodromo di Monza nella prima serata

Musica, Angelica Schiatti si racconta tra Beatles, Radiohead e Ermal Meta: «Adesso tocca a me»

L’intervista ad Angelica Schiatti: dopo i successi con i Santa Margaret la musicista monzese si prepara all’esordio come solista. E si racconta tra Beatles, Radiohead, Ermal Meta (per cui ha scritto il brano che è title track del nuovo album) e AngelicA.

Il primo incontro è un video, il secondo un concerto dal vivo: lei è brava, che dire, bravissima. Il terzo una telefonata: lei è gentilissima, merce rara. Non nel mondo della musica. Ovunque. Si presenta così Angelica Schiatti, anzi AngelicA, come si chiama il nuovo progetto: come una che ha voglia di raccontare quando le si chiede, di ascoltare quando le si parla.

E di cantare, quando deve: meglio sia spesso, per quel che sa fare. Con la sua voce ha aperto i Deep Purple, ha inciso con i Santa Margaret, ha aperto la porta per i Radiohead agli iDays, poi tutte quelle cose lì che succedono, quando si è bravi e si ha voglia di farlo. Monzese, ha scelto Milano per prendere il largo. Ma è qui che ha iniziato a stropicciare gli spartiti.

Musica, Angelica Schiatti

Musica, Angelica Schiatti


Cosa succede?
Sta succedendo che sono finalmente in studio a registrare il mio disco da sola. Ed è una cosa che mi sono sudata, e quindi sono contenta.

Però la sua firma è sull’album di Ermal Meta, che ha vinto Sanremo.
Già: sono contenta anche che Ermal abbia deciso di chiamare il suo disco con una canzone che ho scritto insieme a Stefano Verderi, “Non abbiamo armi”. Ho scritto il brano ma c’era qualcosa che ancora non girava, allora due anni fa l’ho contattato su Twitter: “Vorrei che ci mettessi mano”. Gliel’ho fatta sentire e se n’è innamorato, l’abbiamo sistemata e da canzone molto intima, dato che l’avevo scritta per per mio padre, è diventata più universale. Alla fine è venuto spontaneo la cantasse lui. Ed è diventata il titolo del suo disco e adesso del tour. Tutto da una cosa cosa che è nata nella mia stanzetta. Ad aprile, con il tour “Non abbiamo armi”, sarà al forum di Milano, ed è già sold out.

E il disco di Angelica? Ancora rock e rock blues come con i Santa Margaret?
Sto incidendo, ma adesso il mio lavoro è più femminile, non vorrei dire più pop, però così. Più simile a me. Con i Santa eravamo in due, due teste, più la band, allora il lavoro era frutto di tante personalità. Non so se sia un bene o un male, ma a livello di quotidianità è più rilassante lavorare da soli. Però ammetto che il confronto con gli altri arricchisce.

D’accordo: quando esce il primo album?
Il teaser uscirà ai primi di aprile, poi a mano a mano usciranno altri brani, finché non sentiremo che è il momento di pubblicare l’album. Non so ancora che titolo dare a tutto. Ce ne sono tre che se la stanno giocando. Il sound è diverso da prima. Direi che è più simile a quello con cui abbiamo aperto i Radiohead, con più elettronica.

E i testi, la musica?
Roba mia, con tante collaborazioni, a volte nate per esigenza: venendo da una band fare tutto da sola a volte è stato difficile, questo ha portato a collaborare con tante persone. Inclusa una collaborazione monzese. Quale? No, non li dico. Ma abbiamo inciso di notte. Sto cercando di fare una cosa bella. Come dire? Senza pretese forse. Ma davvero bella, bella, bella.

Dobbiamo aspettarla a Sanremo?
Sì, mi piacerebbe. Quest’anno che avevo il pezzo non ci ho provato, anche perché non sono competitiva. Il fatto che sia una gara, mah, non mi piace. Però resta comunque un sogno, mi piacerebbe prima o poi farlo. Ci sono passata una volta da ragazzina e una volta con i Santa Margaret, poi non ci ho più provato.

Intanto la sua musica è cambiata.
Con i Santa Margaret abbiamo fatti due dischi, in analogico e in presa praticamente diretta: nasceva tutto in sala prove, quasi un esperimento. Poi sono arrivate le colonne sonore, gli Mtv awards, le aperture giganti, tutto una sorpresa, perché davvero, è una cosa nata in sala prove. E poi portare quel tipo di musica, rock blues, anni Settanta, su un palco come quello del Primo maggio a Roma non ci avrei mai pensato.

Ma davvero tutto è nato qui, a Monza?
Certo, Monza è una città meravigliosa, ma non proprio la patria della musica. Ero un po’ da sola, quando ho iniziato, nessuna grande amicizia nel settore. Io, la mia chitarra, la mia casa. Poi sono cresciuta, ho preso la patente e ho iniziato a girare, anche a Milano. I primi concerti nei locali, ho conosciuto amici musicisti, con molti di loro ancora ancora collaboro.

Però da qualche parte avrai iniziato.
Sono passata anche da Area Sanremo. Ero giovanissima, non mi avevano preso ma mi aveva notato Carosello, che poi mi aveva fatto i provini. Ho iniziato a scrivere canzoni, le prime, cose mai pubblicate...

E prima ancora?
Da ragazza ascoltavo i Beatles. Nel senso: da invasata. Sono scappata di casa per andare da McCartney a un concerto a Monaco di Baviera. E a 14 anni sono entrata di nascosto a Abbey Roads per incontrarlo.

Poi?
Poi sono aumentati gli ascolti e i Beatles sono stati come l’anno zero: sono andata avanti e indietro cercando e ascoltando. Ora ascolto anche la trap. Lo faccio anche per lavoro, perché meglio conoscere tutto.

Va bene, ma Monza...
Davvero, la città più bella del mondo, fosse solo per il parco. Ho passato l’infanzia e adolescenza. Ma resta una città molto borghese, che non ha una cultura di musica, di locali, niente. Questo mi ha aiutato, però, perché per reazione non essendo appagata dal punto di vista musicale ho avuto la smania di trovare il mio luogo nel mondo. Dico solo che ho fatto il liceo classico e avevo ritagliato le sagome dei Beatles da tenere sulla scrivania: erano loro i miei amici, allora.

Allora non resta che il disco. Panico?
Solo prima. Prima di arrivare in studio di incisione. Per farlo devi avere le cose fatte, a costo di sentirti per un po’ un emarginato, chiuso in casa a scrivere. Anche perché la parte dura è scrivere i testi: non è che scrivi perché “wow, sto bene, lo dico la mondo”. È un’urgenza proprio perché no, non sto bene. Un po’ di psicoanalisi, quando si scrive. Mentre lo studio è il parco giochi del musicista. Come fare la bella copia: è la parte bella, il peggio è alle spalle.


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