Cent’anni fa la nascita dell’uomo che ha rivoluzionato Monza: chi è stato Luigi Ricci
La scuola elementare De Amicis di Monza, progettata da Luigi Ricci

Cent’anni fa la nascita dell’uomo che ha rivoluzionato Monza: chi è stato Luigi Ricci

Trent’anni di lavoro all’ufficio tecnici del Comune progettato gli anni della grande espansione della città: ecco chi è stato Luigi Ricci, nato cent’anni fa, l’artefice della rivoluzione di Monza.

Quando Monza è diventata grande c’era lui all’ufficio tecnico del Comune a dare case, scuole, chiese e servizi a una città che aveva fame di nuovi spazi. Fino alla biblioteca civica come ancora la conosciamo, fino all’arengario come lo vediamo.

Luigi Ricci, architetto: un secolo fa. Sono passati cento anni dalla nascita dell’uomo che ha lasciato un segno fondamentale nella storia urbanistica monzese. L’ultimo tributo diciassette anni fa: era passato un anno dalla scomparsa e il Collegio degli architetti e ingegneri di Monza aveva organizzato una mostra all’arengario che era passato dal suo tecnigrafo raccogliendo in un catalogo i contributi dei professionisti che, in un modo o nell’altro, erano stati figli di quella città che il milanese aveva trasformato.

“L’opera di Ricci in qualità di architetto capo sezione dell’edilizia pubblica del Comune in quanto progettista e direttore lavori di quasi tutte le opera pubbliche, accompagna la crescita e l’evoluzione della città dagli anni ’50 agli anni ’80 dando una immagine nuova a quegli edifici che segneranno il passaggio da città industriale a città terziaria e residenziale” ha scritto Marilù Biffis, all’epoca presidente del collegio. Si tratta di istituti scolastici, per esempio, asili e case popolari, ma anche “i musei, le passerelle sul Lambro, l’Ufficio d’igiene che restituiranno un volto nuovo ai servizi che vengono incontro alle prime esigenze di un profondo cambiamento sociale”.

La chiesa di Cristo Re a Monza, progettata da Luigi Ricci

La chiesa di Cristo Re a Monza, progettata da Luigi Ricci

L’impronta è quella del razionalismo al quale aveva aderito durante la formazione universitaria, ma le scelte di Ricci in città sono flessibili e rispondono anche alla richiesta di economicità che le risorse pubbliche imponevano. Allora le scuole D’Acquisto, la media Elisa Sala, il polo di Cazzaniga e la Volta, la De Amicis, forse un edificio iconico per l’impronta di Ricci sul tessuto urbano, fino alla Pertini, la Buonarroti, la Taccoli e il nido di via Spallanzani: sono trenta le strutture che negli anni avrebbero accolto migliaia di alunni e studenti e che rispondevano alle esigenze di una città che nel 1970 era arrivata a 125mila abitanti, una quota di cittadini rimasta piuttosto stabile nel mezzo secolo successivo.

Luigi Ricci era arrivato da Milano, dove era nato nel 1918: sarebbe poi scomparso il 3 marzo del 1999, poco meno di vent’anni fa. Lì aveva studiato facendo le superiori all’accademia di Brera e quindi architettura al Politecnico, dove si è laureato nel 1943. A Monza sarebbe poi arrivato nel 1951 dopo essere stato allievo di Giuseppe De Finetti e avere collaborato agli studi urbanistici per il piano regolatore di Milano, come ha ricordato un altro architetto comunale, Bruno Lattuada, sempre per la mostra del 2001. Quando sbarca a piazza Trento e Trieste aveva già messo mano anche alla sistemazione di una parte di galleria Vittorio Emanuele II e alla loggia museo di Duomo, così come alla ricostruzione del ristorante Savini.

“Personalità poliedrica, fantasiosa, instancabile e rigorosa nel perseguire canoni di semplicità e praticità, innamorato della vita e del suo lavoro, è anche delizioso e ironico pittore” aveva scritto ancora Biffis descrivendolo oltre la scrivania.

L’architetto Luigi Ricci

L’architetto Luigi Ricci

Sono suoi anche il ristorante Sisto dei Boschetti così come il casello daziario di piazza Castello, l’ex pretura di via De Amicis, la Forti e Liberi ristrutturata, una serie di edifici residenziali sparsi per la città. Ma ci sono anche e soprattutto la chiesa di Cristo Re, l’ufficio di igiene, i restauri dell’arcata del ponte d’arena. Per la chiesa di viale Libertà, aveva sottolineato Michela Genghini, la “grande tensione artistica nel ritagliare un’apertura nella pelle dell’edificio, per creare con un vuoto, un simbolo che nella sagoma diventa croce, anche al pari dell’osannata architettura nipponica di Tadao Ando, all’interno restituisce meravigliosi contrasti di luce”.

E poi i luoghi cardine della città sul fronte della cultura: la biblioteca di cui ha disegnato anche gli arredi e l’arengario, una sciolto il dibattito dei primi anni Sessanta se seguire una linea strettamente filologica o restituire un polmone per la creatività e le esposizioni. Ha vinto la seconda strada, definita già all’epoca “sapiente e consapevole valorizzazione del patrimonio cittadino”.


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