Trentacinque anni fa la tragedia di Stava: 14 brianzoli tra i 268 morti sotto il fango
Soccorritori in val di Stava nel 1985

Trentacinque anni fa la tragedia di Stava: 14 brianzoli tra i 268 morti sotto il fango

Alle 12.22 del 19 luglio 1985 gli argini di un bacino di estrazione si rompono e scaricano 180mila metri cubi di fango sull’abitato di Stava, alla velocità di 90 chilometri orari, 25 metri al secondo. Anche sull’albergo Miramonti gestito dall’Acli.

Sono le 12 e 22 minuti del 19 luglio 1985 quando le vite e le storie di molti brianzoli si incrociano in pochi attimi in un medesimo destino, improvviso e catastrofico, drammaticamente simile a quello di tanti abitanti del luogo e di altri ignari turisti.

Trentino, Val di Fiemme: qui la bellezza del luogo attrae da tutta Italia. A Stava, poi, c’è quell’albergo, il Miramonti, gestito dall’Acli e affidato anche alle mani esperte della gente di Brianza. Una casa di vacanza per sentirsi in famiglia. Proprio lì, come negli altri alberghi e nelle case affittate dai villeggianti, molti stanno per sedersi a tavola per il pranzo. Del resto, quella valle è un luogo ideale dove potersi lasciare alle spalle le fatiche di un anno di lavoro o di studio e godersi le meritate ferie.

Quel luogo da cartolina viene spazzato via, cancellato, in pochi attimi, da una colata di fango che provocherà 268 morti. Una tragedia nella tragedia: i corpi di 13 persone non vennero mai ritrovati.

Stava è valle di turismo, di luoghi incontaminati, certo, ma nelle viscere della sua terra c’è anche una ricchezza da sfruttare, la fluorite, minerale impiegato nella siderurgia. Parte proprio da qui la tragedia di quel luglio 1985 che ha segnato così profondamente la Brianza. Sopra Stava, nella piccola frazione del comune di Tesero, ci sono i due sovrapposti bacini di decantazione della miniera di Prestavel, alle pendici dell’omonimo monte.

Il luogo scelto per la realizzazione del primo bacino al servizio dell’attività di estrazione, nel 1961, si chiama Pozzole. Un nome dato proprio per le tante pozze d’acqua presenti, che chiama alla mente qualcosa di instabile, poco sicuro, per sua natura. Nel 1969 si va avanti: viene fatto un secondo bacino, a monte del primo. E poi, a seguire, altre modifiche dell’esistente. Insomma, non ci si ferma più.

Il 19 luglio 1985, quando in quei bacini sono in corso dei lavori, gli argini si rompono e scaricano 180mila metri cubi di fango sull’abitato di Stava, alla velocità di 90 chilometri orari, 25 metri al secondo. Sotto quella colata scompaiono 14 brianzoli. I limbiatesi Giancarlo e Teresina Colombo, con la figlia Deborah di appena 14 anni; un altro ragazzino, quasi coetaneo di Deborah, Matteo Galimberti di 13 anni, di Desio, con la mamma Maria Rosa Valtorta. E ancora i due giovani fratelli di Cesano Maderno, Paolo e Davide Disarò e i loro concittadini, i coniugi Aldo e Santina Santambrogio, di Binzago. Poi ci sono i Vertova, Luigi e Maria Grazia e Rina Goffi, da anni trasferiti a Milano, ma originari di Limbiate. E ancora Fiorella ed Emanuele Negri, mamma e figlioletto di Ronco Briantino, Franca Colombo (1934) di Cornate D’Adda. Sotto le macerie anche Gaetano Lo Vetere, classe 1935, di Paderno Dugnano. Più di 50 dei 268 morti erano iscritti all’Acli.

Le vittime vengono recuperate faticosamente da fango e macerie, avvolte in lenzuola, contrassegnate da numeri e trasportate a Cavalese con gli elicotteri . Vengono riconosciute da piccoli segni particolari; talvolta è un fede nuziale a dare la certezza di una identità. I sindaci brianzoli che si recarono sul luogo sconvolti, per cercare di riportare il prima possibile a casa loro gli scomparsi, ancora ricordano la difficoltà di trovare saldatori: le bare sono troppe, l’attesa è di ore, giorni. Uno strazio che la Brianza vive anche nei funerali delle vittime, nei comuni d’origine, quelli dove le vittime erano conosciute, amate, impegnate per il bene comune.

Quel bene comune dimenticato da troppi, a Stava come nel Vajont, sorpassato e mandato fuori strada da altro. Il processo di primo grado per la strage di Stava si svolse a Trento e si concluse nel 1988 con una condanna per 10 imputati, giudicati colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo, dai responsabili della costruzione e della gestione del bacino superiore che crollò per primo ai responsabili del Distretto minerario della Provincia autonoma di Trento.

Il procedimento penale si concluse dopo altri 4 gradi di giudizio con la seconda sentenza della Corte di Cassazione, nel 1992, che confermò le condanne pronunciate in primo grado. Le pene di reclusione furono ridotte e condonate nel corso dei vari gradi di giudizio. Nessuno scontò pene detentiva. Oggi una Fondazione, Stava 1985, ricorda ogni giorno quanto accaduto: una memoria attiva, perché la superficialità di pochi non diventi dramma di molti. Come quel luglio di 35 anni fa.


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