Scuola tra bulli, bullizzati e punizioni: la nuova lotta di classe raccontata da insegnante e psicologo
Vimercate - Scuola e cartelle (Foto by archivio/Spinolo Massimo)

Scuola tra bulli, bullizzati e punizioni: la nuova lotta di classe raccontata da insegnante e psicologo

Il 2 maggio a Monza si parla di bullismo: un incontro a San Fruttoso sul tema dei diritti e dei doveri in caso di coinvolgimento in atti di prevaricazione. Ma come sta la scuola? Il Cittadino ne ha parlato con un’insegnante , cui vengono segnalati brutti episodi punitivi, e uno psicologo.

“Che cosa prevede la legge quando i figli sono coinvolti in atti di bullismo”: è il titolo e il tema di un incontro in programma mercoledì 2 maggio a Monza, a partire dalle 20.30 a San Fruttuoso, per aiutare i genitori a orientarsi tra diritti e doveri nei confronti dei figli.

L’iniziativa è in programma al centro civico di via Iseo 18, è gratuita e vuole occuparsi delle “implicazioni penali, ruolo preventivo-educativo degli adulti nell’era del cyberbullismo e degli smartphone”, che sono un elemento cardine del problema e della gestione del problema.

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Le immagini del caso di Lucca

Le immagini del caso di Lucca

Intervengono Carlo Cinque, sostituito procuratore del tribunale di Monza, Guia Pagnoni e Ivano Orofino, psicologa ed educatore dell’Associazione Dandelion di Monza. L’incontro è stato organizzato dalla Commissione Scuola Famiglia dell’Istituto comprensivo San Fruttuoso di Monza.

Di bullismo si sta parlando nelle ultime settimane dopo i casi di Lucca, dove uno studente ha “ordinato” al professore di valutarlo con un sei sul registro (dopo la viralità in rete è arrivato anche il pentimento, il ragazzo con almeno due amici sarà bocciato), di Lecce (un gruppo ha usato la maglietta di uno studente per pulire la lavagna), Pisa (uno studente ha puntato una pistola giocattolo contro il professore), Cremona (studenti hanno lanciato monetine verso un prof).

L’insegnante. «La scuola non è felice. Non sono felici gli studenti, gli insegnanti, le famiglie; per questo motivo, la vita in classe diventa difficile per tutti e scattano le punizioni».

Anna Sicilia, coordinatrice del gruppo educazione diffusa monzese

Anna Sicilia, coordinatrice del gruppo educazione diffusa monzese

Anna Sicilia, coordinatrice del gruppo “Educazione diffusa” di Monza (che, in sintesi, privilegia l’esperienza fuori dalla classe), è un’insegnante e, alle reazioni mediatiche dopo gli ultimi fatti , alza il suo coperchio. Da sotto scappano, come sbuffi di vapore, brutti episodi punitivi accaduti nelle scuole della provincia di Monza e Brianza.

Sono racconti brevi di punizioni che la Sicilia ha ricevuto, e riceve, via messaggio dai genitori che «chiedono aiuto, hanno bisogno di condividere quello che vivono a scuola attraverso i propri figli - dice Anna - I messaggi mi arrivano quando i genitori sanno che coordino il gruppo “Educazione diffusa”. Mi raccontano di punizioni che spesso non tengono conto dello studente, del contesto in cui vive, ma si configurano come un duro confronto docente-alunno».

L’insegnante monzese porta esempi, tutti veri, di situazioni agite da insegnanti «contro alunni». E già la preposizione “contro” fa capire che a volte, non sempre per fortuna, a scuola è in atto una “lotta”, tutti “contro” tutti. Una quotidianità complicata, in cui Anna Sicilia punta l’indice solo contro il sistema scolastico, non contro i docenti: «Come dice il professor Paolo Mottana - spiega - la punizione è conseguenza di un sistema scolastico stressante, che ha poca interazione con gli alunni. La punizione oggi fa parte del sistema scolastico. Un genitore mi ha raccontato di una bambina di 8 anni che ha un grave disagio familiare. Viene interrogata a sorpresa per punizione. Prende 4. Piange perché suo padre la picchierà e salterà per una settimana pallavolo, il suo amore più grande. Ecco, nella scuola di oggi, ad alcuni insegnanti non interessano le conseguenze di un 4 come questo. Conta la punizione».

Ma cosa fa Anna Sicilia delle segnalazioni che riceve? «Invito i genitori che mi chiedono consiglio ad andare da docenti e dirigenti e sollevare la questione, affinchè venga risolta. Spesso però i genitori non lo fanno perché temono ritorsioni verso i figli. In alcuni casi, le mamme sono andate dai dirigenti e sono tornate a casa con la promessa che il fatto non sarebbe mai più accaduto e la preghiera di non farlo sapere all’esterno».

L’associazione. “Educazione diffusa” è un gruppo nato a giugno, dopo un incontro di Sicilia con Paolo Mottana docente della Bicocca di filosofia dell’educazione. Secondo il docente universitario la scuola andrebbe ripensata costruendo un reticolato di esperienze, in realtà pubbliche e private, in cui i ragazzi vengono inseriti. Il gruppo vorrebbe far partire una sperimentazione del metodo esperienziale già dal 2019. A Milano c’è già.
Il 17 maggio a Monza ci sarà una contaminazione per la primaria tra educazione con il metodo Montessori ed Educazione diffusa per spezzare la settimana in momenti dedicati a un metodo e all’altro. I dirigenti potranno richiederle questa esperienza. Gli alunni faranno esperienze fuori da scuola per poi rientrare e ritrovarle sui libri.

Lo psicologo. Vittima e carnefice, bullo e bullizzato. Chi è più giusto, urgente e importante aiutare: gli uni o gli altri, i bulli o le loro vittime. Il Cittadino lo ha chiesto a Emanuele Penco, psicologo, tra i fondatori ell’associazione monzese Adagio (associazioneadagio.it), nata per promuovere progetti psicologici e psicoterapeutici innovativi e accessibili.

Emanuele Penco, psicologo associazione Adagio

Emanuele Penco, psicologo associazione Adagio
(Foto by Sarah Valtolina)

Spesso le vittime di bullismo non denunciano e negano quanto subito. Come fanno i genitori a rendersi conto del dolore che sta attraversando il proprio figlio?
Ogni caso è a sé, ma esistono alcuni indicatori generali che devono destare l’attenzione dei genitori. Un ritiro sociale marcato è di solito il segnale di un possibile sopruso. Se improvvisamente l’adolescente non vuole più andare a scuola, non invita più gli amici a casa, non frequenta gli abituali ambiti sportivi, allora è bene interrogarsi. Le statistiche dicono che due vittime di bullismo su cinque rifiutano di tornare a scuola.

Che altro?
Occorre prestare attenzione anche ai sintomi fisici perché è facile che il disagio psicologico si esprima in qualcosa di sintomatico come mal di testa, mal di stomaco, herpes.

È sbagliato da parte dei genitori cercare le risposte spiando i propri figli?
È sempre pericoloso invadere lo spazio della privacy di chiunque, soprattutto di un adolescente. Non è mai una buona idea leggere mail e messaggi, frugare nel cellulare o in cartella alla ricerca di indizi. Per l’adolescente è mortificante e svilente chiedere ancora l’aiuto dei genitori. Lanciano però segnali ed è importante intercettarli, è come se dicessero: “scopri il mio dolore e aiutami”. Un altro campanello di allarme è l’aggressività. Anche le vittime possono essere violente all’interno di contesti protetti come la famiglia, convogliando l’aggressività verso uno dei genitori.

Come possono allora le famiglie aiutare i figli vittime di bullismo?
Sembra banale ma il dialogo è la risposta migliore. E spesso non sono nemmeno mamma e papà gli interlocutori ideali. È bene che i genitori ascoltino anche gli altri adulti che hanno a che fare con il loro ragazzo, gli insegnanti per esempio, ma anche educatori e allenatori. I genitori oggi non ascoltano più nessuno, eppure questo è uno spunto prezioso per vedere il proprio figlio attraverso un’altra prospettiva. Fondamentale è il ruolo svolto dalla scuola e dagli insegnanti che sono tra le figure più importanti per la formazione dei ragazzi. Gestire classi di venti o venticinque alunni non aiuta certo la relazione, e favorisce il proliferare di sacche di emarginazione.

Come si previene invece il comportamento violento di un bullo?
Mi piace citare questa frase: “La delinquenza è la sopravvivenza di una qualche speranza”. Denunciare gli atteggiamenti violenti è giusto, certo, ma non in un’ottica punitiva, senza una criminalizzazione totale dell’atto. È compito della società occuparsi di questi ragazzi: delle vittime ma anche dei bulli. Detto questo i ragazzi violenti sono personalità molto fragili, a livello inconscio agiscono così perché desiderano essere contenuti, picchiano e insultano il debole del gruppo per colpire la parte debole di loro stessi. Sono ragazzi privi di educazione emotiva, che riescono ad esprimersi solo con i gesti e non con le parole.

I bulli sono sempre e comunque maschi?
Quasi sempre quando si tratta di violenze fisiche e verbali dirette. Le ragazze non usano le mani ma utilizzano le tecnologie e i social per colpire le proprie vittime. Si parla di bullismo dai 13 anni in su, ma se non vengono affrontati e risolti certi atteggiamenti violenti possono riemergere anche in età adulta.


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