Ospedale San Gerardo,  dal panico all’ansia sociale: «Così il virus ha inciso sulla psiche delle persone»
Monza Massimo Clerici (Foto by Fabrizio Radaelli)

Ospedale San Gerardo, dal panico all’ansia sociale: «Così il virus ha inciso sulla psiche delle persone»

Intervista a Massimo Clerici, direttore della clinica psichiatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza, sugli effetti del coronavirus sulla psiche delle persone. Per medici e infermieri segni di disagio post traumatico: sono 150 i professionisti che si sono rivolti agli specialisti. In aumento i disturbi di personalità.

Medici, infermieri, personale di assistenza a rischio burn-out dopo un anno di emergenza sanitaria. All’ospedale San Gerardo di Monza sono 150 gli operatori sanitari che si sono rivolti alla Clinica psichiatrica, guidata da Massimo Clerici, per problematiche inerenti al confronto quotidiano con la morte dei pazienti.

«Una problematica - spiega Clerici - che ha colpito essenzialmente medici ed infermieri, gli operatori più esposti nelle fasi terminali dell’assistenza ai malati Covid».

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Quali disturbi psichiatrici sono stati acutizzati dalla pandemia?
«La pandemia non ha colto di sorpresa i servizi della salute mentale che sono rimasti sempre aperti per coprire tre esigenze fondamentali: continuare a seguire i 7mila pazienti in carico che hanno mostrato una stabilità nei disturbi, rispondere ai bisogni assistenziali imprevisti della popolazione in particolare attacchi di panico, ansia sociale, ansia da separazione rispetto ai congiunti malati e ricoverati; infine supportare tutti gli operatori impegnati in prima linea che hanno manifestato segni di disagio post traumatico, emotivo e da burn-out a seguito dei carichi di lavoro estremamente impegnativi».

Quali problematiche nuove sono emerse?
«Nel 2020, rispetto al 2019, gli accessi al pronto soccorso si sono pressoché dimezzati mantenendo però invariata la percentuale dei ricoveri per singola patologia rispetto agli accessi. I disturbi che hanno visto un maggiore incremento sono i disturbi di personalità con una prevedibile spiegazione legata alla difficoltà di adattarsi alla situazione nuova come la paura del contagio, la difficoltà di relazionarsi con i familiari durante il lockdown, l’incremento delle risposte impulsive, della rabbia, dell’uso di alcol e sostanze o, nelle situazioni peggiori, della violenza. Non ci risulta incrementato il numero dei suicidi, dei comportamenti autolesivi e dei disturbi alimentari».

Come si è modificata l’attività tra il 2019 e il 2020?
«Seguiamo 7mila pazienti con oltre 40mila prestazioni all’anno. I ricoveri sono in genere un migliaio e oltre 2.500 le prestazioni in day hospital. Nel 2020 le prestazioni sono calate solo di circa il 18% mentre i ricoveri di oltre il 30%. Abbiamo però aumentato l’attività svolta in carcere: su 650 detenuti abbiamo seguito 340 pazienti con un incremento del 4%, di cui 121 casi nuovi con un aumento del 12% dei pazienti che hanno dovuto essere ricoverati presso il servizio psichiatrico di diagnosi e cura. L’altro aspetto importante è stata la richiesta di aiuto da parte degli operatori dell’ospedale e dei servizi territoriali a cui sono stati rivolti interventi individuali e di gruppo in collaborazione con la medicina del lavoro e l’infettivologia».

Quale è stato il ruolo della telemedicina nella cura?
«La telemedicina ha subito visto un incremento importante con una media di crescita tra l’8 e il 25% a seconda dei diversi servizi. Le attività di consulenza via video sono risultate molto gradite e tale sperimentazione imprevista apre la strada all’inserimento della telemedicina tra le pratiche che diventeranno consuete e praticabili nei prossimi anni».

Avete in corso studi specifici che mettono in relazione pandemia e malattie psichiatriche?
«Ci è stato chiesto di pubblicare alcuni lavori su importanti riviste americane. In particolare in relazione al lavoro svolto nel carcere di Monza: nonostante le rivolte in alcuni carceri italiane durante la prima ondata, a Monza siamo riusciti -mantenendo e anche incrementando gli interventi - ad evitare risposte problematiche e violente ad opera dei detenuti. Un altro studio ci è stato chiesto da una delle più importanti riviste americane di psico-geriatria in relazione al trattamento psicofarmacologico delle persone ultrasessantenni e anziane che venivano ricoverate per Covid in gravi condizioni e manifestavano sintomi molto rilevanti dal punto di vista psichiatrico a seguito della malattia: in particolare delirium con allucinazioni, agitazione psicomotoria, ansia non gestibile e deliri».


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