Monza nuova Codogno, un anno dopo: dal collasso della sanità per Covid a oggi
Monza: la terapia intensiva del San Gerardo

Monza nuova Codogno, un anno dopo: dal collasso della sanità per Covid a oggi

Novembre 2020: Monza e Brianza al limite del collasso sanitario per la pandemia Covid. Dodici mesi dopo il quadro è diverso, ma occorre ancora tenere d’occhio le curve epidemiche.

Domenica 8 novembre 2020. Un anno fa. Davanti all’ingresso del pronto soccorso del San Gerardo in meno di mezz’ora si contava l’arrivo di sette ambulanze. I soccorritori accompagnavano i pazienti fin dove potevano, all’uscita un lungo protocollo di svestizione e disinfezione di tutto il mezzo.

Monza era entrata con tutta la Lombardia in zona rossa da un giorno, eravamo all’inizio della seconda ondata, la più tragica per la provincia della Brianza. Il numero dei nuovi contagi aveva raggiunto i 1.638 casi in 24 ore.

A distanza di un anno siamo alla quarta ondata di questo virus che ha cambiato le nostre vite, non ne siamo ancora fuori, ma c’è il vaccino e i numeri del San Gerardo sono ben diversi.

Dodici mesi fa Monza era “la nuova Codogno” - nelle parole dell’allora direttore generale della Asst Mario Alparone che, nella mattina di domenica 8 novembre, aveva alzato bandiera bianca e deciso di chiudere l’accesso al pronto soccorso ai codici verdi e di dirottare i pazienti su altri ospedali nella rete con Asst Brianza e con le strutture private accreditate. I ricoverati erano 354 di cui 43 in terapia intensiva.

Il personale era ai minimi termini perché 340 tra medici e infermieri erano risultati positivi e dunque fuori gioco.

Erano le giornate tragiche dei 40 decessi a settimana con giornate in cui davanti alla sala mortuaria dell’ospedale era un via vai di carri funebri. «Un ospedale con le ore contate» lo aveva definito il sindaco Dario Allevi nella sua richiesta di aiuto agli ospedali delle altre province lombarde in quel momento meno colpite dal virus. Delle stesse ore, 12 mesi fa anche l’appello della rettrice dell’Università Bicocca, Giovanna Iannantuoni in una lettera ai suoi colleghi: «Non lasciamo soli i nostri medici - scriveva - dimostriamo di essere un territorio coeso, agiamo come Paese».

Ad un anno di distanza oltre il 90% dei cittadini di Monza e della Brianza ha ricevuto almeno una dose di vaccino e i numeri diramati dall’ospedale San Gerardo sono ben diversi. Sono 29 i pazienti ricoverati per Covid, 19 sono nel reparto di malattie infettive (9 i non vaccinati), 3 in terapia sub intensiva (2 i non vaccinati), 6 in terapia intensiva (5 i non vaccinati) e un altro paziente è stato ricoverato in terapia intensiva neurochirurgica.

Gli ospedali del territorio sono tutti in allerta, ma nessuno -come conferma la Asst Brianza che riunisce soprattutto gli ospedali di Desio e Vimercate - ha aperto posti letto destinati ai malati Covid. «I casi di contagio che necessitano il ricovero - spiegano dall’ospedale di Vimercate - vengono trasferiti al San Gerardo di Monza».

Al momento l’ospedale monzese continua a mantenere un equilibrio tra i nuovi ricoverati (14 questa settimana) e le dimissioni e i numeri dei ricoveri sono sovrapponibili a quelli della scorsa settimana. Il virus però circola con più forza e la provincia è sempre ai primi posti per numero di contagi: 85 i nuovi casi registrati nella giornata di martedì, il numero più alto dopo Milano, Varese e Brescia, venerdì scorso invece un record per Monza con 105 nuovi positivi (battuto ieri con 107), seconda provincia dopo Milano.

«La situazione al San Gerardo è sostanzialmente stazionaria rispetto alla settimana scorsa - conferma Paolo Bonfanti, direttore delle malattie infettive - nonostante il numero di pazienti positivi al tampone cresca sia a livello nazionale sia regionale. Questo significa che l’argine di protezione garantito dai vaccini funziona: l’anno scorso il giorno 8 novembre erano ricoverati nel nostro ospedale 354 pazienti di cui 34 in terapia intensiva, una situazione drammaticamente diversa».

Adesso si tratta di verificare l’andamento: «La prova del nove la vedremo nei prossimi giorni perché l’impatto sui ricoveri di una ripresa epidemica si osserva sempre con un paio di settimane di ritardo. Molto difficilmente, tuttavia, l’entità dei numeri raggiungerà quella dello scorso anno».


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