Monza: ispezioni con un georadar alla Reggia per riscoprire i giardini dell’arciduca
Monza: georadar giardini reali (Foto by Fabrizio Radaelli)

Monza: ispezioni con un georadar alla Reggia per riscoprire i giardini dell’arciduca

Alla ricerca delle radici dei Giardini reali di Monza: avviate ispezioni con un georadar per captare in profondità quel che resta dei primi giardini arciducali, quelli che fino a poco tempo fa si credevano rimasti solo nei disegni del Piermarini.

La speranza è che a quattro metri di profondità possano riemergere le balaustre della terrazza degli arciduchi, le geometrie dei parterres, le statue della grande fontana di marmo, i gradini della scalinata che adornava i giardini reali all’epoca di Ferdinando d’Asburgo.

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La speranza è che il georadar che in questi giorni sta scandagliando in lungo e in largo il pratone alle spalle di Villa Reale di Monza possa davvero captare in profondità quel che resta dei primi giardini arciducali, quelli che fino a poco tempo fa si credevano rimasti solo nei disegni del Piermarini, ma che un recente e corposo studio ha dimostrato (confrontando documenti e registri di cassa) essere stati davvero realizzati tra il 1778 e il 1791 proprio per volere di Ferdinando d’Asburgo secondo anche il gusto che aveva respirato facendo visita a Versailles ala sorella Maria Antonietta.

L’ipotesi dei giardini arciducali secondo gli studiosi

L’ipotesi dei giardini arciducali secondo gli studiosi

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Proprio la pubblicazione lo scorso anno del volume “I giardini arciducali di Monza” (Il Libraccio editore), voluto e finanziato dall’ingegner Pierluigi Tagliabue e a cui hanno partecipato diversi studiosi, ha spinto il Consorzio di gestione ad approfondire la storia dei giardini partendo da ciò che resta sotto la terra che ha trasformato in epoca francese, sotto la direzione di Luigi Canonica, l’impianto dei giardini. Intorno al georadar, nella giornata di lunedì, hanno lavorato l’architetto Andrea Musano di Vercelli che ha già all’attivo ricerche di questo tipo in scavi archeologici, Marina Rosa, ex funzionario della sovrintendenza per la parte storica e l’agronomo Giorgio Grossi per la parte botanica.


«Siamo partiti da un’ipotesi - spiega Marina Rosa - in epoca francese sarebbe stato oneroso demolire quanto costruito dagli austriaci. È più facile che gran parte delle realizzazioni sia stato semplicemente coperto con la terra. Per questo, partendo dalle misurazione e dalle carte del Piermarini abbiamo iniziato a verificare con il georadar l’eventuale presenza di materiale diverso dalla terra, lungo i perimetri di quelle che furono balconate, scalinate e fontane».

I risultati ancora sono in fase di elaborazione, ma nel gruppo di lavoro c’è un certo ottimismo. «È presto per dire - spiega Andrea Musano - ma, inviando delle onde elettromagnetiche nel sottosuolo, il georadar ha colto delle discontinuità. Nei punti in cui le onde rimbalzano in modo anomalo si evidenziano delle disomogeneità che potrebbero essere semplicemente legate a vuoti nel terreno o rocce. Incrociando i dati con i disegni del Piermarini potremmo anche avere la conferma della presenza di manufatti architettonici».

Magari le analisi potrebbero confermare la presenza sotto quintali di terra di quell’imponente scalinata che appare sullo sfondo de ritratto ufficiale del vicerè Eugenio di Beauharnais appena arrivato a Monza. «Anche se è impossibile pensare di riportare i giardini all’epoca di Ferdinando - conclude Marina Rosa - queste ulteriori analisi sono un passo importante per approfondire la storia dei giardini».


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