Il monzese che incontrò Mandela

«Lo vidi il giorno della liberazione»

Il monzese che incontrò Mandela  «Lo vidi il giorno della liberazione»

Una delle prime persone che ebbe la fortuna di incontrare Nelson Mandela nel giorno della liberazione dal carcere era stata Ermenegildo Favero, monzese, in Sud Africa per il Gruppo missionario francescano.

Era una mattina di febbraio che in Sud Africa significa una mattina di fine estate e la sveglia nel carcere di Pollsmoor a Città del capo era suonata come sempre alle 4. Non era una giornata come le altre perché, dopo 28 anni di prigionia, Nelson Mandela avrebbe riacquistato la libertà. Avrebbe potuto rivedere le montagne di Costantiaberg intorno al Capo, avrebbe ricevuto l’accoglienza calorosa dei suoi compagni di battaglia, ma anche di tanti bianchi. Il Sud Africa era cambiato. Grazie a lui.

E una delle prime persone che ebbe la fortuna di incontrarlo era stata Ermenegildo Favero, monzese, in Sud Africa per il Gruppo missionario francescano. Lo aveva raccontato al Cittadino in estate, con la voce rotta dall’emozione, quando Madiba si trovava ricoverato in ospedale e tutto il mondo pregava per lui.

Anche Favero che aveva ricordato come pregasse, «ma già da tempo la direttrice dell’orfanatrofio mi aveva detto che era molto grave».

Sì l’orfanotrofio. Perché nel ’90 Favero era in Sud Africa per aiutare la costruzione dell’Orlando Children, un orfanatrofio per accogliere i bambini di strada. «Ho saputo della liberazione di Mandela - ha raccontato - la sua casa era a meno di un chilometro dall’orfanatrofio. Sono corso verso la sua villa, l’ho trovato in giardino insieme alla seconda moglie. L’ho salutato e ci siamo abbracciati».

Non ci sono state molte parole, a causa della difficoltà linguistica, «ma quei minuti di silenzio tra noi sono stati più belli di un lungo discorso». Poi le televisioni, i giornalisti, una ressa di persone venute a festeggiarlo. E due fotografie da conservare come ricordi preziosi.

La sua è stata una vita legata all’Africa. «Avevo una ditta in via Ferrari che faceva impianti di profilazione delle lamiere - ha spiegato - partivo per l’Africa per installare gli impianti e formare gli operai. Ogni macchina installata voleva dire indipendenza e lavoro per una ventina di persone».

Nell’edicola digitale l’edizione del Cittadino di Monza dell’11 luglio 2013 con l’intervista a Ermenegildo Favero (clicca qui)


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