Ha scelto di raccontare la sua storia oggi, a 26 anni, dopo una battaglia lunga e dolorosa. La chiameremo Emma, un nome di fantasia per proteggere la sua identità. Per otto anni, a partire dal 2012 quando era appena dodicenne, ha subito abusi sessuali da parte dello zio acquisito, cognato della madre e anche suo padrino. Nei giorni scorsi l’uomo, oggi 64enne, è stato condannato in primo grado a sei anni e otto mesi di reclusione.
Rompe il silenzio dopo otto anni di abusi: iniziati quando era dodicenne
Gli abusi, racconta Emma, si inserivano in un clima familiare segnato da paura e silenzi. L’uomo, all’epoca agente di polizia penitenziaria, si presentava spesso in divisa e teneva con sé la pistola anche in casa. «Quell’arma sul comò era sempre lì. Crescevamo con l’idea che fosse una persona potente», ricorda.
Le molestie iniziarono quando aveva 12 anni. «All’inizio pensavo fosse normale. Solo dopo ho capito che non lo era». Gli episodi si ripeterono per anni, in contesti quotidiani: a casa dei parenti, durante le vacanze, persino nei momenti familiari: «Anche un abbraccio diventava una violenza».
Secondo il racconto della giovane, alcuni familiari erano a conoscenza di comportamenti simili già in passato, ma il clima che la presenza dello zio aveva creato in famiglia rendeva difficile affrontare la situazione e intervenire.
Rompe il silenzio dopo otto anni di abusi: i segni profondi, disturbi alimentari e autoloesionismo
«Quando ho pensato di denunciare mi dicevano: non farlo, quello ti ammazza. C’era la paura delle sue conoscenze, dei suoi avvocati». Il silenzio, però, ha lasciato segni profondi. Negli anni Emma ha sviluppato gravi disturbi alimentari e ha attraversato momenti di autolesionismo. «Rifiutavo il mio corpo. Pensavo che diventando pelle e ossa lui mi avrebbe lasciato stare». Il percorso di cura è iniziato con l’aiuto dei medici e degli psicologi del servizio pubblico, dopo diversi ricoveri. Un ruolo importante lo hanno avuto anche le persone incontrate lungo il cammino: un insegnante che intuì il suo malessere quando era adolescente, gli scout che le hanno trasmesso il senso di responsabilità civile e, più tardi, il ragazzo che l’ha accompagnata a un centro antiviolenza.
Rompe il silenzio dopo otto anni di abusi: il processo
Il processo si è svolto in cinque udienze. A giugno Emma ha affrontato una deposizione durata oltre sette ore. «È stato durissimo, ma necessario». La scelta di denunciare, spiega, non è stata solo personale. «Non lo faccio per vendetta. Ho pensato alle altre nipoti che stanno crescendo. L’idea che potessero vivere quello che ho vissuto io era insopportabile».
Oggi parla con misura, senza nascondere la complessità dei suoi sentimenti, dopo tanto dolore. «In pochi momenti provo rabbia nei suoi confronti. Credo che anche lui sia una persona che ha sofferto tanto. È difficile convivere con l’omertà delle persone a cui voglio bene, e non tutti si sono resi conto di quello che ho passato». In ogni caso lei ha deciso di non arrendersi, anzi, ha deciso di farsi pioniera di un discorso, quello contro la violenza di genere, per dimostrare che rompere il silenzio, anche dopo anni, è possibile.