Solo pochi anni fa, in fase di rinnovo del contratto con Liberty Media per il mantenimento del Gran Premio d’Italia all’Autodromo nazionale di Monza, eminenti esponenti politici (locali, regionali e nazionali) ripetevano come un mantra: «Monza non si tocca, rappresenta la storia e la tradizione della Formula 1». Una frase che faceva tremare i polsi e addensare nubi scurissime dal momento che faceva trasparire la visione anacronistica di quella parte del mondo politico e l’incapacità di rendersi conto chi si aveva di fronte: una società che fa dello spettacolo e del business la sua ragione d’essere e che sa benissimo che l’elenco dei pretendenti a entrare nel Circus della Formula 1 è lungo, molto lungo.
Il rinnovo della convenzione prima, i lavori di ammodernamento dell’Autodromo poi (quelli fatti e quelli che si faranno nei prossimi mesi), l’annuncio del presidente di ACI La Russa del ritorno della Sprint Race dal 2027 al 2029 sono la prova (finalmente e per fortuna) di un cambio di mentalità, della consapevolezza che Monza avrà storia e tradizione, ottimo cibo e splendida ospitalità, ma che tutto questo può al massimo essere un valore aggiunto, ma la sostanza è un’altra: circuiti moderni e funzionali per ospitare un pubblico sempre più spendente (che siano anche tifosi e competenti di motori è un dettaglio trascurabile) e offerte economiche all’altezza delle richieste degli organizzatori.
Perché il coltello dalla parte del manico non ce l’ha Monza. Con la consapevolezza che il Gran Premio rappresenta per tutto il nostro territorio una straordinaria risorsa in termini economici e di visibilità di cui non possiamo fare a meno