La desertificazione non è un effetto solo del riscaldamento globale. Ce n’è anche un’altra. Sicuramente meno inquietante ma comunque di cui tenere conto. Riguarda le imprese, in particolare quelle commerciali, che chiudono e lasciano le città sempre più sguarnite di servizi, vivibilità urbana e senza un presidio contro il degrado. Un fenomeno mappato dall’ufficio studi di Confcommercio (“Città e demografia d’impresa” undicesima edizione, presentata il 12 marzo).
Tra le 107 città italiane capoluogo di provincia sottoposte a osservazione, insieme a 15 comuni non capoluogo, c’è anche Monza. Che nella classifica della “desertificazione”, il calo delle imprese, si è piazzata a metà, né bene né male. Nel periodo 2012-2025 ha visto un decremento del 25,8% di imprese attive in sede fissa e ambulanti a fronte di un incremento dell’1,9% della popolazione residente. In vetta alla graduatoria, quindi la peggiore, Agrigento (-37,5% e -6,1%). Tra le città lombarde la più desertificata è Varese (-32,8% e -1,6%), undicesima, poi c’è Sondrio, tredicesima, Lodi è al ventesimo posto e Mantova al 22esimo. Monza, in fondo, vede il bicchiere mezzo pieno tenendo conto che in Lombardia, tra le città capoluogo, (esclusa Milano, non monitorata dall’Osservatorio) se la passano meglio, per dire , solo Lecco (-24,6% e -0,2%) e Bergamo (-21,1% e +2,9%). Da segnalare, invece, la situazione migliore rispetto a quella del capoluogo brianzolo di città confinanti come Sesto San Giovanni, 71esima e Cinisello Balsamo (117sima), tra le più virtuose con “solo” il 14,5% di imprese in meno.
L’erosione delle quote dei negozi di vicinato: il peso di e-commerce e discount
“In un contesto di consumi deboli la crescita delle vendite dei discount e dell’online sta progressivamente erodendo le quote di mercato dei negozi di vicinato” dicono i ricercatori Confcommercio. Nel 2025, rispetto a dieci anni prima crescita delle vendite dei discount è stata del 70,5%, del 187% per l’online. L’e-commerce, dal 2019, ha quasi raddoppiato i valori delle vendite (da 31 a 98 miliardi) incidendo per l’11,3% sulle vendite di beni e per il 18,4% per quelle di servizi.
Il dato inquietante è il crollo generale delle imprese attive nel Paese, -129mila dal 2012, il 23,4% in meno nel commercio al dettaglio in sede fissa, oltre 27mila in meno nel commercio ambulante (-29%). Cresciute, al contrario, quelle di alloggio e ristorazione (+19mila pari al 5,9% in più). Se nel 2012 c’erano 11 negozi per 1000 abitanti oggi sono 8 e spuntano tanti locali sfitti. A pagare il prezzo più alto il commercio non specializzato (-19,3%), profumerie, fiorai e gioiellerie (-19,3%), rivendite di mobili e ferramenta (-22,4%) ma soprattutto negozi di abbigliamento e calzature (-36,2%). E poi il commercio ambulante (-27,4%).
Commercio: segno più per ristoranti, farmacie e gelaterie, pasticcerie e rosticcerie
I segni più? Ristoranti (+17,7%), farmacie (+2,7%) e rosticcerie, gelaterie e pasticcerie (+6,6%). E i centri storici si spopolano di vetrine tradizionali, dall’alimentare alle edicole (-51,9%), libri e giocattoli e abbigliamento e calzature, ma anche bar, sostituite da farmacie, negozi di computer e telefonia e ristoranti. E poi gli alberghi fanno spazio ad “altre forme di alloggio”, soprattutto B&B. Altro aspetto non secondario legato all’impoverimento del tessuto commerciale è anche la perdita più ampia di servizi alla cittadinanza, tra i quali quelli bancari. E le imprese – sempre più società di capitale – che restano vive, cercano di crescere dal punto di vista dimensionale “alla ricerca di maggiore produttività”. E quelle di alberghi e bar sono sempre più straniere: rispetto al 2012 sono cresciute del 67% a fronte di un calo del 16,6% delle italiane.