Monza e un museo

La Leda di Martini

Monza e un museo  La Leda di Martini

L’eredità dell’Isia di Monza e dei grandi artisti che sono passati dalla Villa reale come insegnanti o allievi rappresenta un capitolo importante dei Musei civici. Come la Leda col cigno dei Arturo Martini, un gesso diventato presto leggenda tra gli studenti.

Quando nel 1997 Luciano Caramel e Raffaele De Grada la raccontano per la mostra “Arte nel ’900 - Opere della Pinacoteca di Monza”, allestita tra gennaio e marzo al Serrone della Villa reale e curata dai Musei civici, ne parlano come di un’opera diventata presto «un’icona mitica, fonte di studi disegnati e prove plastiche, citazioni pittoriche e ceramiche da parte degli allievi».

Era bastato poco alla Leda col cigno di Arturo Martini per diventare leggenda, all’Isia di Monza: un gruppo in gesso «di grande fascino nell’ampiezza dei suoi volumi, nella linearità del ductus e nelle scansioni luminose di una materia apparentemente arida», si legge ancora nel catalogo pubblicato nel 1997 da Tranchida. Ed era bastato poco allo stesso Martini per diventare leggenda nella scuola monzese, nonostante la sua parabola da insegnante alla Villa reale sia durata soltanto due anni.

Era stato Guido Balsamo Stella a chiamarlo per diventare titolare della cattedra di plastica decorativa, nel 1929, quando aveva quarant’anni: era nato nel 1889 a Treviso, sarebbe morto nel 1947 a Milano. Con lui all’Isia c’erano Zovetti e Semeghini e lo scultore aveva preso casa direttamente nella scuola, aprendo uno studio a fianco dell’aula di scultura. «Nello stimolante ambiente della scuola - scrivevano ai tempi della mostra Caramel e De Grada - Martini ha modo e luogo per approfondire la propria tecnica della scultura in pietra e in legno, coadiuvato dai fratelli Moroder».

Dello stesso periodo della Leda sono altre opere simbolo del trevigiano, come il Bevitore, la Pisana o la Donna al sole, in un biennio in cui, ricordano i Musei civici di Monza, «i rapporti con gli allievi sono molto affettuosi e incentrati su un’efficace trasmissione del sapere» e lo scultore «lavora senza posa e vicino agli allievi, intervenendo personalmente sul loro lavoro quando necessario». È arte permeata di classicismo, quella della Leda, che d’altra parte racconta un mito caro al Rinascimento e fortemente presente nella storia dell’arte italiana: parla di armonia degli opposti, di concordia e discordia, raccontando l’amore tra Zeus che si innamora di Leda, regina di Sparta, e si trasforma in cigno per sedurla. Alle gemelle figlie della regina, Elena e Clitemnestra, si aggiungono così i gemelli Castore e Polluce.

La Leda monzese è la prova per l’opera in pietra serena che sarebbe stata presentata nel 1930 per la quarta edizione della Triennale, l’ultima realizzata a Monza prima del trasferimento a Milano delle esposizioni. Nel 1931 Martini lascia Monza e riceve il premio per la scultura alla prima Quadriennale di Roma, l’anno successivo gli viene riservata una sala personale alla Biennale di Venezia. Al suo posto, a Monza, arriva un altro protagonista della scultura italiana del Novecento: Marino Marini.


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