Seveso, Catia Pontiggia in prima linea contro il virus: «Ha rafforzato la mia consapevolezza di volere essere infermiera»
Coronavirus Seveso Catia Pontiggia (Foto by Giorgia Venturini)

Seveso, Catia Pontiggia in prima linea contro il virus: «Ha rafforzato la mia consapevolezza di volere essere infermiera»

Catia Pontiggia è di Seveso e lavora come infermiera in Medicina d’urgenza dell’Ospedale Niguarda a Milano. Racconta l’emergenza coronavirus dal punto di vista di un reparto riconvertito dal 28 febbraio per accogliere pazienti Covid-19. E spiega perché il virus, per lei, merita anche un ringraziamento: «Ha rafforzato la mia consapevolezza nel lavoro che ho scelto».

28 febbraio 2020. Ore 10.40. «Ragazzi. Urgente. C’è bisogno di incontrarvi tutti il più presto possibile. Chi è a casa riesce a fare un salto qui?». È iniziata così l’emergenza coronavirus nel reparto di Medicina d’urgenza dell’Ospedale Niguarda a Milano. Con un messaggio che richiamava tutto il personale in ospedale. A riceverlo anche Catia Pontiggia, 37 anni di Seveso e da 14 infermiera nel grande ospedale milanese.

«Ricordo la sensazione strana della sala riunione – racconta – Ricordo gli occhi lucidi, la paura, la difficoltà nell’ascoltare queste parole: “L’unità di crisi, in accordo con la direzione, ha deciso di convertire il nostro reparto per pazienti Covid-19. Nelle 24 ore successive verranno fatti tutti gli spostamenti e il reparto verrà reso idoneo per iniziare ad accettare i pazienti positivi».

Coronavirus Seveso Catia Pontiggia

Coronavirus Seveso Catia Pontiggia
(Foto by Giorgia Venturini)

Dalle parole alla pratica in poco tempo: medici e infermieri hanno indossato tuta, cuffia, mascherina, visiera e guanti. Il reparto è stato rinominato Coronaria sub-intensiva. Insomma, «ci siamo resi conto che si stava facendo sul serio – continua a raccontare – Sapevamo già che tutto sarebbe cambiato. La paura è stata tanta. Ma eravamo lì tutti pronti e disponibili. È sempre stata questa la vera forza della Medicina d’urgenza del Niguarda, ovvero essere un gruppo presente e unito, nonostante le differenze di temperamento e carattere».

Non c’è tempo di pensare, solo di agire. I volti e il ricordo di tutti pazienti però te li porti a casa, ritornano alla mente quando togli mascherina e tuta: «È vero che in situazioni particolari si instaura un legame diverso e questo è successo anche con i pazienti. Ce li siamo portati tutti a casa, in una testa appesantita da una mascherina che ti fa soffocare, comprime i pensieri e le emozioni. E non appena la togli tutto esplode. A casa ti porti i suoni dei ventilatori con i loro sbuffi, gli allarmi dei monitor che fanno correre. Le fatiche nel sorridere con gli occhi per dare sostegno ai malati. Quando invece vorresti piangere. La tristezza per vederli andare via in un soffio senza poter fare altro che tenergli la mano e dargli qualche carezza. Ma anche quelle piccole gioie nel vederli respirare meglio».

Catia Pontiggia lo ripete più volte: vietato chiamarli eroi. Loro sono infermieri, medici, oss e fisioterapisti. Loro sono professionisti.
«Che forza che siamo! Sappiamo cosa significa la nostra professione e riconosciamo la tutela della salute come il cardine del nostro lavoro, ma qui si va ben oltre. In questa nuova realtà che non abbiamo scelto stiamo imparando tanto, e non solo professionalmente».

E poi si lascia andare a un ultimo pensiero: «Quindi, oltre a maledire questo virus per quanto stia mettendo duramente alla prova tutti senza alcuna distinzione, da infermiera mi sento di dovergli paradossalmente dire grazie. Grazie per aver rafforzato la mia consapevolezza di volere essere infermiera. Perché oltre tutte le maldicenze e i pensieri sbagliati della gente, nonostante le volte in cui non mi sono sentita e non mi sento rappresentata, io, noi, sappiamo chi siamo e insieme ancora riusciamo a passare oltre e fare meglio per il bene di tutti. Perché mi hai dato conferma della fortuna di lavorare con grandi colleghi professionisti. Perché è nella fatica che nascono pensieri e cose belle, come le dimostrazioni di affetto e vicinanza di tanti (ristoratori, forze dell’ordine, pompieri, associazioni, bambini)».


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