“Una diagnosi di tumore del colon-retto con metastasi non significa necessariamente che non sia più possibile puntare alla guarigione”. Insomma: quelle parole “infauste” non sono per forza una condanna.
Di questo si parla al congresso monzese “La metamorfosi della guarigione del carcinoma colorettale oligo-metastatico”, in programma il 23 ottobre all’auditorium Enrico Pogliani della fondazione Irccs San Gerardo.
“Si parla di stadio IV quando il tumore del colon-retto ha sviluppato metastasi, cioè cellule tumorali che dal tumore originale si sono spostate in altri organi, più frequentemente fegato e polmoni – ricorda l’Irccs – All’interno dello stadio IV esiste però una situazione particolare chiamata malattia oligometastatica”, dove oligo significa “poco”.
“Questo significa che non tutti i tumori in stadio IV hanno lo stesso comportamento. In alcuni pazienti la malattia rimane limitata e può essere affrontata con una combinazione multimodale di terapie (mediche, ablative, radiologiche, metaboliche e chirurgiche) che punta non soltanto a controllarla, ma anche a eliminarla completamente. Per molto tempo lo stadio IV è stato considerato soprattutto una condizione da controllare nel tempo attraverso le terapie, con l’obiettivo di rallentare la malattia e mantenere la migliore qualità di vita possibile”.
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Non è più così, dice il San Gerardo: chirurgia, oncologia, radioterapia e diagnostica, hanno fatto passi avanti.
«Dire stadio IV non significa automaticamente dire che non c’è più possibilità di guarigione – spiega Christian Cotsoglou, direttore della chirurgia II, responsabile scientifico del congresso insieme a Fabrizio Romano – Dobbiamo capire innanzitutto quale sia il comportamento della malattia e se le metastasi possono essere trattate in modo completo».
La selezione dei pazienti – aggiunge l’Irccs con i suoi specialisti – è fondamentale. “Non tutte le metastasi sono operabili e non tutti i pazienti possono essere trattati con un approccio radicale. La decisione viene presa valutando insieme numero e posizione delle metastasi, risposta alle terapie, caratteristiche biologiche del tumore, condizioni generali del paziente e possibilità di utilizzare più trattamenti combinati”.
«Oggi abbiamo la possibilità di utilizzare le terapie non soltanto per ridurre il tumore, ma anche per capire come si comporta – continua Cotsoglou – Se la malattia risponde, possiamo rivalutare il paziente e verificare se esistono le condizioni per intervenire sulle metastasi, anche con interventi di chirurgia epatica complessa rigenerativa (2 Stage Hepatectomy) fino ad arrivare addirittura al trapianto di fegato, in casi selezionati, all’interno di protocolli nazionali. È un percorso che deve essere costruito caso per caso e soprattutto attraverso una “valutazione multidisciplinare”».
Nelle casistiche chirurgiche più favorevoli, la sopravvivenza a cinque anni può raggiungere il 40-50%, ma si tratta di dati riferiti a gruppi selezionati e non a tutti i pazienti con tumore del colon-retto metastatico.