Pedemontana: altre 3.350 firme contro la Milano-Meda a pagamento, sono ventimila

Consegnate in Regione altre 3.350 firme che portano a 20mila i brianzoli che non vogliono la Milano-Meda a pagamento per Pedemontana.
Milano Meda ponte 26
Milano Meda ponte 26

Consegnate in Regione altre 3.350 firme che portano a 20mila i brianzoli che non vogliono la Milano-Meda a pagamento dopo la trasformazione in Pedemontana. Gigi Ponti e Angelo Orsenigo, consiglieri regionali del Pd, le hanno consegnate martedì al presidente del consiglio regionale, Federico Romani, e indirizzate al presidente della Giunta regionale Fontana.

Obiettivo: riconsiderare il pedaggio sulla Pedemontana nel tratto Milano-Meda. In precedenza, ne erano state depositate già circa 10mila, mentre negli ultimi giorni si è aggiunta una petizione, promossa da diversi comitati, che ha raggiunto quasi 6mila firme, portando il totale complessivo delle adesioni provenienti dalle varie iniziative a sfiorare quota 20mila.

Pedemontana: altre 3.350 firme contro la Milano-Meda a pagamento, i motivi

«L’obiettivo è ottenere una risposta chiara da Regione Lombardia sulla volontà di introdurre il pedaggio sulla tratta B2 Milano–Meda di Pedemontana. Una scelta di questa Giunta che, oltre a gravare pesantemente su cittadini, pendolari e imprese della Brianza, avrà conseguenze rilevanti sulla viabilità locale e sulla qualità della vita delle comunità coinvolte. L’introduzione del pedaggio rischia infatti di deviare il traffico sulla rete intercomunale con un aumento spropositato dei flussi veicolari di chi cercherà alternative gratuite”», ribadiscono, come già fatto più volte in questi mesi, i due consiglieri Pd.

«Nonostante abbiamo già depositato circa 10mila firme, a oggi non abbiamo ricevuto alcuna risposta dal presidente Fontana, né tantomeno segnali di un ripensamento» dicono chiedendo di mettere «al primo posto le esigenze dei cittadini. Non è accettabile gravare ulteriormente su un pendolare che, a causa dell’assenza di collegamenti pubblici efficienti, rischia di dover spendere oltre 100 euro al mese per recarsi al lavoro, né aggiungere traffico e inquinamento a causa di chi sarà costretto a cercare percorsi alternativi gratuiti».

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