La fede solida, il carattere mite, i tanti interessi e la competenza professionale del giudice Rosario Livatino ammazzato a 38 anni dalla mafia il 21 settembre 1990 e beatificato il 9 maggio 2021 sono stati tratteggiati dal cugino Salvatore Insenga sabato 23 maggio, a Brugherio, durante l’incontro promosso dall’Acu, l’Accademia di cultura universale.
Insenga, che vive a Legnano e insegna religione in un liceo di Parabiago, è stato l’ultimo degli oltre quaranta testimoni ascoltati durante la fase diocesana del processo canonico che si è protratto per dieci anni: l’iter, ha affermato durante il dibattito moderato dal giornalista Claudio Pollastri, è partito dopo il colloquio tra i suoi zii e Giovanni Paolo II che ha ispirato al pontefice la celeberrima invettiva contro la criminalità organizzata pronunciata il 9 maggio 1993 nella Valle dei Templi di Agrigento. In quella fase sono state lette tutte le agendine di Livatino, in precedenza analizzate dai magistrati che hanno indagato sul suo omicidio: «Nelle pagine faceva riferimento alle minacce ricevute, ai rischi che sapeva di correre e alla paura che provava -ha spiegato il cugino-, di cui non ha mai parlato in famiglia». Proprio perché era consapevole di quel che poteva accadergli, probabilmente, poco prima di essere trucidato ha lasciato la fidanzata. «Aveva una fede profonda e ha messo Sub Tutela Dei, ovvero sotto lo sguardo di Dio -ha precisato Insenga-, la sua vita e quella delle persone che doveva giudicare» con l’obiettivo di non commettere errori nel pronunciare le sentenze. Il “giudice ragazzino” nella sua breve carriera ha condotto processi importanti, tra cui quello sugli intrecci tra mafia, politica ed economia nel catanese ed è stato tra i primi magistrati ad applicare la legge Rognoni-La Torre sul sequestro dei beni ai mafiosi.
Rosario Livatino: la sua camicia è diventata una reliquia
«Riteneva quello del giudice il più alto servizio che si può rendere allo Stato -ha dichiarato l’insegnante-. Avevo vent’anni quando è stato ucciso: con lui parlavo di vari argomenti, anche di filosofia. Mi dispiace perché ora inizio a dimenticare la sua voce armoniosa». «Nella Palermo degli anni Ottanta, in cui sono cresciuto, si contavano quattro-cinque morti al giorno -ha raccontato-. Ho avuto la possibilità di incontrare padre Pino Puglisi e Biagio Conte, che tutta la città considerava santo». Da anni, soprattutto in Sicilia, il culto di Livatino si va sempre più diffondendo, anche tra i detenuti, e in carcere si sono convertiti alcuni dei suoi killer e un mandante. Il loro percorso di avvicinamento a Dio è stato innescato dalle ultime parole del beato, dalla domanda «picciotti, che cosa vi ho fatto?». «È stata come una goccia che scava la pietra -ha detto Insenga-: la conversione richiede tempi lunghi e una guida che accompagni» chi intraprende il cammino non facile. Un itinerario che lui ha imparato a conoscere da volontario nel carcere di Busto Arsizio. Livatino è stato proclamato beato perché ucciso “in odium fidei” e pochi giorni fa l’assemblea dei vescovi italiani ha accolto la proposta, che ora sarà valutata dal Vaticano, di dichiararlo patrono dei magistrati. Le parrocchie interessate ad accogliere la teca con la sua camicia intrisa di sangue, diventata reliquia, possono visitare la pagina dedicata sul sito della cattedrale di Agrigento: «Averla tra le mani durante la beatificazione -ha confidato Insenga- è stato come abbracciarlo: ho provato un’emozione fortissima».