A Monza l’ordinanza contro i botti è stata rispettata con la stessa devozione con cui si leggono le istruzioni dei fuochi d’artificio: mai. Doveva essere una notte civile, è diventata una rievocazione storica non autorizzata. Altro che quiete pubblica. Sembrava Beirut anni ’70, o per i più aggiornati, il fronte ucraino, versione capodanno, con coriandoli al posto delle trincee e l’aria di chi “tanto dura poco”.
Il Comune parlava di responsabilità, i cittadini rispondevano con un “bum” convinto. Un dialogo istituzionale a colpi di mortaretto. I cani tremavano, i gatti meditavano l’espatrio, i neonati imparavano la parola “botto” prima di “mamma”. E i vigili? Presi tra il dovere e l’eco, probabilmente cercavano l’origine del rumore seguendo l’antica mappa del “qui si sente più forte”.
Capodanno a Monza, l’ordinanza c’era ma il silenzio no
C’era qualcosa di manzoniano in quelle grida spagnole moderne: non “Viva España!”, ma “Viva il botto!”. Con lo stesso fervore, la stessa convinzione che il caos sia tradizione. Del resto, a Monza la storia si rispetta: soprattutto quando è rumorosa.
Morale? L’ordinanza c’era. Il silenzio no. E mentre l’alba portava pace e mozziconi, restava una certezza: il prossimo anno, vietare non basta. Servirebbe un tasto “mute” per la città.