Lissone: i pensieri,le paure, gli amici, l’isolamento. Gli studenti dell’Enriques raccontano i giorni del virus
Alcuni studenti di Enriques ed Europa Unita. La foto è stata scattata prima dell’emergenza coronavirus

Lissone: i pensieri,le paure, gli amici, l’isolamento. Gli studenti dell’Enriques raccontano i giorni del virus

Le scuole sono chiuse ma alcuni studenti del liceo Enriques di Lissone hanno inviato in redazione i loro scritti per raccontare come vivono questi giorni di emergenza. Ecco i loro racconti e le loro poesie

In questi giorni di chiusura delle scuole il liceo scientifico Enriques e l’istituto tecnico Europa Unita hanno chiesto agli studenti di scrivere riflessioni, racconti e poesie sulle loro esperienze in questo momento di emergenza. Il Cittadino ha pubblicato alcuni lavori sull’edizione di sabato 21 marzo (Brianza Sud), Ecco tutti i testi che sono pervenuti in redazione.

Samuel Astuni, 5^D

Oggi va così

Sono tempi bui. È difficile, per me, e per tutti quelli come me, sia dal punto di vista dello studente del quinto anno delle superiori, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista dell’essere umano. È difficile, quasi inquietante, non doversi alzare sempre allo stesso orario del mattino, mangiare qualcosa di corsa e precipitarsi su quel banco dove si passano cinque ore tutti i giorni, vedendo e parlando sempre con le stesse persone, per poi passare il resto della giornata tra ansie per le verifiche del giorno dopo, studio e un po’ di svago tra sport, televisione e un buon libro che ti accompagna nel sonno. È strano non essere chiusi in questi schemi fissi ed è difficile essere produttivi in queste giornate vuote, in cui sarebbe molto facile, invece, lasciarsi scivolare nel tedio. È difficile non potersi sciogliere nell’abbraccio di chi ami, sorridersi e guardarsi fissi in quegli occhi, che, a pochi centimetri di distanza, sembrano quasi luccicare, per poi darsi un bacio che arde di passione. È impegnativo non avere la routine, quella normalità di cui spesso ci lamentiamo e da cui cerchiamo sempre di evadere e che oggi, invece, rimpiangiamo amaramente.

Ma oggi la vita è così, è diversa. Il mondo pare rovesciato e noi siamo costretti a fare l’esatto contrario di ciò che la nostra natura ci porterebbe a fare in una situazione del genere. Il tempo sembra dilatarsi: durante i primi giorni correva velocissimo, quando ogni nuovo decreto che emanava il governo faceva pensare che fossero passati anni tra l’uno e l’altro, nonostante fossero passate in realtà solo poche ore; ora, invece, da quando è iniziata la quarantena obbligatoria, il tempo pare essersi fermato ed è scandito solamente dai bollettini giornalieri della Protezione civile. Anche lo spazio sembra dilatato: l’altro giorno, ad esempio, andando al supermercato e prendendo posto in fila per entrare, ho quasi gioito nel farmi ingannare dalla prospettiva, che mi faceva vedere le persone tutte vicine tra loro, sebbene sapessi benissimo che c’erano almeno un paio di metri tra ognuno di essi. Oggi il mondo ha un altro volto. Mentre scrivo, apro la finestra e non sento più le auto sfrecciare, ma solo qualche uccellino cantare qua e là e, ogni tanto, la sirena di un’ambulanza, quasi a presagio di sventura, che forse, amplificata dall’assordante silenzio che le sta intorno, mi pare di sentire un po’ più spesso del consueto; velato, però, riesco a sentire di rado anche qualche bambino che gioca, che mi fa ancora avere un po’ di speranza nel domani. Tutto questo fa male. Forse ancor di più perché nessuno di noi, specialmente noi giovani, si sarebbe mai aspettato di trovarsi un giorno in una situazione del genere. Noi umani abbiamo questa capacità incredibile di evitare i problemi, sentendoli sempre lontani da noi. L’abbiamo fatto anche questa volta, quando il virus era ancora solo in Cina, c’è persino chi sta riuscendo a farlo ancora adesso, perché, fino a quando non si ha un malato in casa, si pensa di essere invincibili. Abbiamo sottovalutato il problema e ora, invece, siamo segregati da questo nemico, che, ironia della sorte, è invisibile, come sono invisibili i gas inquinanti che abbiamo sempre immesso nell’atmosfera, sottovalutando e ignorando anche questo di problema. Citando un’affascinante interpretazione di uno psicologo di nome Morelli, oggi il cosmo sta riequilibrando le sue leggi. Infatti, dopo il picco di catastrofi naturali che i cambiamenti climatici hanno causato negli ultimi anni, la natura ci ha mandato questo virus, che sta facendo crollare l’economia ma sta facendo calare l’inquinamento ai minimi storici. Il virus ci sta facendo capire che non c’è ideologia o politica che tenga, perché in un attimo, ci fa diventare tutti incriminati, anche chi è bianco e viaggia in business class. Il virus ci sta mandando un messaggio. Questo messaggio ci dice che avremmo dovuto pensare meno a farci la guerra tra di noi e più a creare una social-catena, come diceva quel visionario di Leopardi, per combattere contro questa natura matrigna, ed evitare di ripetere gli stessi errori che avevamo commesso ad esempio con la peste del XVII secolo che, proprio un coevo del poeta recanatese, Alessandro Manzoni, ci aveva raccontato nei suoi Promessi Sposi. Un messaggio che, forse, dice che a volte dovremmo sentirci un po’ meno immortali, e accettare che c’è qualcosa che sfugge al nostro controllo. Un messaggio che, in realtà, qualcuno aveva anche già colto, come il fondatore del colosso Microsoft, Bill Gates che, proprio pochi anni fa, nel 2015, ci aveva avvertito, denunciando il fatto che si spendessero troppi soldi sull’invenzione di nuove armi nucleari per delle possibili nuove guerre , e troppo pochi per la ricerca medica e nei sistemi sanitari. La prossima guerra, secondo lui, non sarebbe stata contro altri uomini, ma contro un virus, che avrebbe messo in ginocchio l’intera economia globale e i sistemi sanitari di qualsiasi paese colpito, perché non saremmo stati pronti a fronteggiarlo. Forse, tutto questo non era neanche così difficile da immaginare. Forse abbiamo fatto degli errori. Sicuramente ne abbiamo fatti, tutti abbiamo sbagliato. Ma, oggi, non è più il tempo di puntarsi il dito, o di fare polemiche. Oggi è tempo di imparare da questi errori, di smettere di nascondere la testa sotto la sabbia e di ascoltare quel messaggio. Perché sono sicuro che domani, quando tutto sarà finito, il mondo sarà lo stesso di prima; ma noi dovremo essere diversi, per non ricadere di nuovo negli stessi errori. Non dovremo dare mai più nulla per scontato, e dovremo ringraziare, perché la normalità è una cosa bellissima!

Ma nonostante tutto, questo virus sta facendo uscir fuori anche la parte migliore di questa nostra società: la tecnologia finalmente fa ció che dovrebbe fare, connette le persone, fa informazione, permette di realizzare le innumerevoli raccolte fondi che stanno dando vita ad una vera e propria gara di solidarietà; gli uomini non pensano più ai conflitti tra loro ma si uniscono, anche se solo idealmente, aiutano i più deboli, si fanno compagnia cantando dai balconi. Nonostante sia strano, tutto ciò è anche molto confortante, fa sperare in un futuro con il cielo azzurro e pieno di arcobaleni.

“ Rimaniamo distanti oggi, per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani. Tutti insieme ce la faremo.” È con questa frase del nostro presidente del consiglio Giuseppe Conte che vorrei concludere questa mia lunga riflessione, poiché, secondo me, davvero racchiude in sé tutto ciò che è e che prova oggi il popolo italiano. Una frase che stringe con sé paura, sì, ma anche il coraggio che ci permette di non abbassare la testa di fronte a niente. Stringe con sé la consapevolezza che ognuno di noi è fondamentale e nel suo piccolo può fare qualcosa, può fare del bene. Stringe con sé tutto l’affetto e la riconoscenza che si possano provare per le istituzioni, a partire proprio dal nostro presidente, e per tutti coloro che, negli ospedali, si sono trovati catapultati in questa realtà, perché stanno combattendo, senza sosta, contro questo nemico invisibile e, nonostante tutto, lo stanno facendo con il sorriso stampato in faccia. Non ci saranno mai abbastanza parole per ringraziare adeguatamente queste persone. Sono sicuro che, un giorno, volteremo le spalle e guarderemo indietro a questi giorni bui, e saremo orgogliosi di noi, perché tutto ciò ci ha solo resi più forti. Perché, sono sicuro, tutto andrà bene.

Aurora Carimati 2^A

Distrazioni

Sono una normalissima studentessa liceale che, come tutti, sta passando le sue giornate a casa. Ieri mi sono svegliata alla sette. Ma io mi dico: “Perché? Che bisogno c’è di svegliarsi così presto?”Poi mi rispondo: “Intelligentona, sono due settimane che ti alzi così presto: dovresti togliere quella simpaticissima suoneria che ogni mattina riproduce Buonanotte fiorellino, canzone che hai scelto a causa del tuo strano senso dell’umorismo”.

Mi sono lavata e cambiata, ovviamente con vestiti “da casa” cioè quelli o brutti o bucati o piccoli o macchiati o anche tutti e quattro, quelli che non indossi per andare in giro perché vuoi preservare la reputazione che non hai; però ti dispiace buttarli perché non li hai usati abbastanza o ti ricordano momenti felici della tua vita. Dopo aver fatto colazione con una spremuta d’arancia che sapeva di mela e una fetta di torta alle mele che sapeva di arance, mi sono messa a studiare.

Verso le undici mi chiama mia nonna dal piano di sotto: “Aurora, -caspita ha azzeccato il mio nome al primo tentativo, devo preoccuparmi- c’è Tommaso che ha la testa incastrata in un gioco, scendi per favore”.Non avendo capito se la testa incastrata fosse quella di mio cugino o quella di un giocattolo, sono scesa da loro terrorizzata. Provo ad aprire la porta, ma è chiusa a chiave: busso. “Nonno, per favore, vieni ad aprirmi!”

Sento la sua voce da dietro la porta: “Tommaso vai ad aprire”

“No nonno, non riesco”

“No nonno, è chiuso, vieni tu!”

“Dai, Tommaso, àprile!” Ma perché diamine continua a insistere?

“Tommy, chiama il nonno!”

“Forza, Tommaso, cosa aspetti?”

“Nonno, è chiuso a chiave! Vieni tu, per favore!”

Dopo cinque minuti, in cui ho cercato di parlare a un bambino di due anni e a uno di ottanta attraverso una porta blindata, sono riuscita a entrare. Non è stato facile.Pare abbastanza ovvio che la testa incastrata fosse quella di un giocattolo. Subito vengo condotta davanti a un transformer mezzo trasformato e mezzo no. Mi metto immediatamente all’opera per rendere umana la parte che è ancora un’automobile. Il risultato? Apparentemente nessuno.

“Tommaso sei proprio sicuro di voler giocare con questo?”

“Sì”

“Non vuoi fare un disegno o giocare con altre macchinine?”

“No”

Almeno lui sa cosa vuole. Dopo dieci minuti, in un delirio di braccia e gambe che appaiono e scompaiono sono riuscita a portare a termine la mia missione. Soddisfatta del mio successo sono tornata a casa per preparare il pranzo. L’ho bruciato.Nel pomeriggio, dopo aver osservato in ogni minimo particolare il soffitto completamente bianco della mia camera, ho deciso che avrei preparato dei biscotti.Memore dell’esperienza avuta a pranzo sto attenta a non bruciarli. Li sforno ma sono ancora un po’ crudi quindi li rimetto a cuocere. Mi sono distratta un secondo. Davvero, solo un secondo. Non più di un secondo. Eppure, sono bruciati. La cena l’ho lasciata preparare a mia mamma. Non è bruciata.

Ferretti Edoardo 4^D

La ragazza si svegliò nella stanza buia che era quasi mezzogiorno. Di nuovo lo stesso soffitto. Un altro giorno uguale al precedente. Si vestì con calma, e intanto pensava a cosa avrebbe potuto fare quel giorno per ingannare la noia. Impiegò, come tutte le mattine, più di tutti a prepararsi e quando andò a fare colazione non trovò nessuno, se non il suo fratellino che guardava qualche cartone in Tv, incantato con la bocca aperta e il cucchiaio pieno sospeso a mezz’aria.

«Mangia, o la mamma ti sgriderà.»

Il piccolo fece un cenno d’assenso distratto, imboccò il latte nel cucchiaio e tornò in posizione. Nel prepararsi la colazione la ragazza non riusciva a trovare i suoi cereali, cosa che la irritò molto.

«Hai finito tutti i cereali di nuovo?» disse sospettosa nei confronti del fratello più grande che passava in corridoio.

«Sì sorellina, perché?» rispose lui, seccato.

«Perché?! E io cosa mangio?»

«Qualcos’altro, non vedo il problema, ci sono i cracker.»

«Sei un vero stronzo, ti odio! Non fai altro che farmi innervosire, lo fai di proposito, ci provi gusto!»

«Che bambina capricciosa che sei. Perché ti scaldi tanto? Oggi dobbiamo prenderne degli altri.»

La ragazza non realizzò subito, le ci vollero alcuni secondi.

«Oggi è quel giorno?»

«Buongiorno fiorellino, oggi è proprio quel giorno. Forza, preparati che il lancio avverrà tra mezz’ora e dobbiamo essere pronti. Io intanto ascolto le coordinate di oggi.» Accese una delle Tv del soggiorno e la sintonizzò sul canale delle notizie.Stavano per fare la cosa più pericolosa che si potesse fare in tempi come quelli, quella cosa che avrebbe potuto condannarli alla morte nel caso migliore, o ad un’eterna sofferenza in quello peggiore. Stavano per uscire di casa. I due fratelli, su ordinazione della mamma, ripeterono insieme e a voce alta le istruzioni che il notiziario comunicava in continuazione sul canale apposito:

Regola 1: Non usciamo mai di casa, eccetto per recuperare i carichi di scorte paracadutati dal governo settimanalmente il lunedì. In tal caso devono uscire solo due persone, idealmente quelli con l’udito più acuto, rigorosamente bendati.

Regola 2: Copriamo ogni finestra e ogni parte della casa che dia verso l’esterno; non deve essere possibile vedere fuori se si vuole vivere al sicuro.

Regola 3: Non fidiamoci di nessuno che non appartenga al nostro nucleo familiare o che comunque non viva nella nostra casa. I Posseduti sono in grado di imitare alla perfezione la voce umana e cercheranno in tutti i modi di convincerci di essere persone in pericolo o bisognose.

Regola 4: Una volta tornati, dobbiamo eseguire il rito di purificazione.

Ripetute le regole, salutarono la mamma e il fratellino e uscirono bendati. Mentre loro aprivano la porta la mamma e il piccolo salirono di sopra, per non rischiare di guardare fuori. Chiusero la porta, ora avrebbero potuto contare solo sul loro udito. Dovevano parlare a bassa voce e stare molto cauti. Faceva caldo, avrebbe potuto essere primavera e la ragazza sentiva i tiepidi raggi del sole sui pochi lembi di pelle scoperti.

«Dobbiamo andare a est questa volta, il carico è a circa un kilometro da qui, in un vecchio campo coltivato.»

«Ok.»

Il fratello, le orecchie del duo, si mise in marcia per primo.

«Vado avanti io, quando senti tirare segui la corda fino a me, e ricominciamo.»

«Stai tranquillo, non sono più una bambina.»

In un’altra situazione l’avrebbe presa in giro con una battuta ironica, ma quando era fuori diventava un’altra persona. Era cauto, freddo; calcolava ogni mossa, dall’itinerario da seguire a cosa dire a che attrezzo usare. Odiava uscire e odiava l’idea di poter venire in contatto con quegli immondi esseri che erano i Posseduti, che volevano solo trascinarti all’inferno con loro. Lei invece era felice di uscire, le piaceva il mondo anche se non poteva vederlo e le facesse comunque un po’ di paura. Più di tutto aveva sempre desiderato vedere delle altre persone: i volti dei suoi famigliari li conosceva a memoria ormai e, per altro, si assomigliavano parecchio tra loro. L’unica persona che aveva mai visto diversa dalla sua famiglia era il tizio del telegiornale, ma aveva ben poco di umano. Era molto desiderosa di vedere qualcosa di nuovo, qualcosa che non fossero sempre gli stessi quattro volti, le stesse pareti, lo stesso soffitto. La corda finì, lei trovò la schiena del fratello, ma lui non avanzò.

«Che ti prende?»

«Sento dei passi, sembrano scarponi sull’erba. Non c’è dubbio, non siamo soli.»

«Posseduti?»

«Non lo so, non lo posso sapere. Quindi sì. Ricorda, per quanto sembrano umani, probabilmente non lo sono. La Tv dice che quasi tutta la popolazione mondiale è stata presa, dunque è molto più probabile che siano quegli esseri piuttosto che persone. Virtualmente potremmo anche essere gli ultimi uomini sulla Terra.»

«Sarebbe un guaio portare avanti la specie, non trovi?»

«Ti sembra il momento di scherzare?»

«Scusa. Però io ero seria.»

«Avviciniamoci con calma, e mani sugli occhi.»

Con passo felpato giunsero alla cassa.

«Chi è là?» balenò una voce nel silenzio.

«Statemi lontani, mostri!» Urlava ora l’uomo invisibile.

«Sembrano persone.» fece notare lei.

«È esattamente ciò che vogliono farti credere, sciocca. Presto, prendi la cassa.» rispose il fratello che vibrò un colpo di bastone alla cieca.

Tra i due gruppi iniziò uno scambio di colpi al buio, una sorta di roulette russa inconsapevole. Guidato come meglio poteva dall’udito, il fratello riuscì a colpire uno dei mostri, e quello stramazzò al suolo, maledicendo l’altro mostro e lamentandosi per il dolore. I fratelli scapparono e tornarono sani e salvi a casa. A cena, come al solito, la famiglia si riunì attorno alla Tv della cucina a guardare il notiziario. Il piccolo era in soggiorno a guardare i cartoni. L’uomo delle notizie comunicava dati preoccupanti sui morti che il governo stimava per quel giorno, e ribadiva di continuo le regole fondamentali per stare al sicuro. Quella sera si parlava anche della storia e delle caratteristiche della piaga che aveva messo in ginocchio il mondo. La mamma guardava attonita e commentava con parole di paura tutte le cifre e le parole della Tv:

«Oggi sono morti più di mille civili.»

«Avete sentito?! Più di mille! Sono tantissimi, è come una grande città!»

La ragazza, che aveva studiato un po’ di matematica dalle lezioni digitali, la corresse:

«Non è vero, una grande città ha una popolazione almeno dieci volte più grande, e poi mi chiedo come facciano a contarli visto che nessuno può uscire.»

Ma la madre nemmeno la guardò.

La notte non riusciva ad addormentarsi prima delle tre. Restava a letto a guardare sempre lo stesso soffitto e pensava. Si chiedeva cosa come potesse essere guardare fuori, almeno per un secondo, vedere la luce naturale del sole invece di quelle delle lampade a LED. Era da un po’ di tempo inoltre che le erano venuti alcuni dubbi riguardo ciò che la Tv diceva: come facevano a contare i morti? Da dove arrivava il cibo e chi lo produceva? Ma soprattutto come potevano sapere così tante cose sulla piaga se solo vedere un posseduto per un istante bastava perché la piaga entrasse in te e ti mangiasse l’anima? C’erano troppe cose che non tornavano, iniziava ad avere dei sospetti. Poi ovviamente a tenerla sveglia, quasi una compagna di viaggio, c’era la solitudine. Ripensando all’incontro di quel giorno, si sentì sola come non mai: aveva sprecato l’occasione irripetibile di parlare con quella che era convinta essere una persona.

Trascorse una settimana e i due fratelli uscirono di nuovo. Stesso sito della settimana prima, stesso incontro. Solo che stavolta quell’essere immondo cercava di convincerli a togliersi il passamontagna, promettendo di essere un umano. Il fratello, che aveva previsto una situazione del genere, sfoderò la pistola che aveva nascosto e sparò alcuni colpi. Silenzio, il mostro era stato abbattuto. I due stavano per andare via con la cassa, quando la ragazza, insospettita da un rumore che nemmeno il fratello aveva notato, si gettò contro il mostro, placcandolo.

«Sorellina?! Che succede?»

Davanti a lei, un ragazzo. Aveva gli occhi azzurri, non sapeva nemmeno che esistessero occhi di quel colore, tutta la sua famiglia li aveva castani. Rimasero a fissarsi per un po’, increduli e felici insieme.

«È una persona, fratellone! Sembra un ragazzo della mia età, ha anche gli occhi azzurri.»

Ma il fratello non era felice, anzi gli si era gelato il sangue.

«Mi stai dicendo che lo hai, lo hai guardato?»

«Sì ma non è un mostro, è una persona!»

«Non ci posso credere, ora sono capaci anche di ingannare la vista. Che Dio ci aiuti. Vuol dire che ora sei posseduta anche tu.» disse tra le lacrime.

Il sorriso sul volto della ragazza scomparve.

«Non dire stupidaggini, sono sempre io, la tua stupida sorellina, perché non mi credi?»

«È tutto inutile, non ti ascolterà!» il ragazzo faceva cenno di seguirlo.

Lei non voleva, era sicura di riuscire a convincere suo fratello, lui l’avrebbe riconosciuta, vivevano insieme da quando era nata, non poteva non riconoscerlo. Ma il fratello le puntò la pistola contro e sparò. Fortunatamente la sua mano tremava troppo all’idea di uccidere di nuovo un suo caro, e la mancò. Il ragazzo dagli occhi azzurri tagliò la corda che legava i due fratelli e la trascinò con sé, mentre lei piangeva. (Continua)

Emanuele Galliani 1^E

Mi sveglio di domenica mattina pensando alle verifiche che mi attendono da Lunedì e scopro che le lezioni saranno sospese. Prima una settimana, poi due, poi tre…mi sento strano, fatico a seguire lo studio, bisogna connettersi ma le connessioni non sempre funzionano. Seguo le spiegazioni che mandano i professori, vorrei chiedere, fare domande ma non sono al mio banco. Mi mancano i compagni, il rapporto con i professori, la quotidianità. Chiuso tra quattro mura comincio ad apprezzare la libertà che fino a ieri sembrava scontata. Ho paura per la salute dei miei nonni che, pur abitando a 500mt di distanza, vedo via telefono. Ho paura per la salute del papà che ogni mattina esce per andare al lavoro. Ho paura per la salute della mamma quando va a fare la spesa.

Pur non uscendo di casa continuo a lavarmi le mani, in casa c’è odore di candeggina, papà quando rientra la sera mi tiene a distanza, è diventato complicato anche condividere lo stesso divano. Prima rifiutavo un abbraccio o il bacio della buona notte, ora lo desidererei più di ogni altra cosa. E poi penso alla mia bisnonna che abita a Brescia con tutti i miei parenti. Penso che lei non abbia paura perché ha vissuto la guerra. Penso ai medici e agli altri operatori sanitari, senza loro noi non ce la faremmo. Penso di essere orgoglioso di essere italiano e che siamo un grande popolo. Penso ai miei amici che vivono nelle altre città, ci sentiamo ed incoraggiamo facendo videochiamate. Penso che tutti ci stiamo ridimensionando e rivalutando i veri valori della vita. Penso che questo virus sia una grande lezione per ripensare a ciò che ha valore ed a ciò che è futile. Spero di riprendere al più presto la mia vita, consapevole che qualcosa è cambiato in me ma in meglio.

Bianca Marocco 2^B

Quei cari vecchi amici

Fra gli amici della vacanza studio di quest’estate sono rimasta in contatto soprattutto con gli italiani: due da Napoli, uno da Ancona, un’altra da Roma e infine cinque da Milano. Si abita lontani gli uni dagli altri, le nostre età differiscono anche di 4 o 5 anni (che in adolescenza sono tanti!) e a stento parliamo la stessa lingua (andate voi a capire quei mascalzoni della bassa Napoli e la romanaccia!). Avevamo già provato a stare in collegamento su diverse applicazioni per videochiamate, ma la connessione spesso cede, non funziona e alla fine ci arrabbiamo. Per cui ormai è un rito connettersi tutti dopo cena, in attesa che qualcuno scriva un messaggio per primo, dando inizio a interminabili conversazioni via SMS. Il metodo funziona, così almeno non ci si perde neanche una parola e si riesce a seguire meglio il discorso. Inizialmente eravamo noi Lombardi il bersaglio principale: gli altri erano sinceramente preoccupati per noi, e pure un po’ curiosi di sapere come funzionasse la quarantena e l’essere in zona rossa. Tuttavia, da quando il decorso dell’epidemia si è intensificato, giungono notizie poco belle: la situazione si fa pesante anche al Sud e, nonostante il numero di contagi sia meno grave, la tensione crescente si fa sentire anche lì. Poi, non più di due giorni fa, un messaggio arriva sul gruppo nel primo pomeriggio: in questo periodo ogni avvenimento insolito mette sull’attenti, e non si hanno mai buoni presentimenti. Infatti: zia Carola è risultata positiva al tampone, ci informa una ragazza di Rho. Non conoscevo ancora nessuno che si fosse ammalato di corona-virus. Certo, qualcuno che non fosse solo l’ennesimo numero sulle prime pagine dei giornali, qualcuno di cui sapessi almeno il nome. Non è stata una notizia facile da digerire: avevamo passato qualche ora con zia Carola all’aeroporto, quest’estate, prima di partire, ed era proprio una signora simpatica, che ci aveva impiegato pochi minuti a metterci tutti a nostro agio, facendoci sentire come parte di una grande famiglia. È stata un’emozione violentissima: come se quell’immaginaria barriera che fino ad ora mi aveva protetta dall’infezione, quel “tanto a me non succederà”, mi fosse crollata intorno nel giro di qualche secondo. Improvvisamente sono entrata a fare parte della comunità a rischio, ho perso la mia immunità, ed è stato straziante comprendere come la possibilità di contrarre il virus sia molto più vicina di quanto non si creda. Penso che i telegiornali avrebbero fatto meglio a comunicare con più enfasi il nome dei contagiati quando ancora si parlava di pochi casi: se quelle persone avessero avuto un’identità, allora la gente si sarebbe immedesimata in loro, li avrebbe avuti più vicini nei propri pensieri, avrebbe compreso meglio che zia Carola potrebbe essere la zia di chiunque.

Ora zia Carola è in rianimazione, e il nostro collegamento serale si apre sempre con il bollettino delle sue condizioni. In un modo o nell’altro vengono messe da parte le nostre diversità e ci si fa capire: improvvisamente non importa più quanti anni abbiamo o se veniamo dal Nord o dal Sud, siamo semplicemente quei cari vecchi amici, che non aspettano altro che un nuovo messaggio, che si sostengono e si prendono cura l’uno dell’altro come in una grande, variegata famiglia.

Stefano Braghini 5^E

Giornate scandite dalla sinfonia della matita sul foglio

La grafite farfuglia fugace incessantemente.

E nella calda luce,

che pur mi oscura la vista con l’ombra proiettata sul foglio della mia mano,

solo ora,

mi accorgo

di quanto il mondo splenda di luce propria.

Donato Carabellese 2^A

Il silenzio fa irruzione nella mia stanza chiusa a chiave

Paradossalmente la noia mi prosciuga la creatività,

riguardo foto di settimane fa e mi sembra che sia passato un anno intero,

non so se ho voglia di alzarmi dal mio letto sfatto e la vita normale sembra una stella a mezzogiorno.

Mattia Cirilli – 5^A

Quaranta giorni di te

Notti di luna piena, e ti guardo

dalla mia finestra incantato,

tu che sei sempre così pura.

Non sanno quanto male mi fa.

Vorrei poterti stringere

ma non ce lo consentono.

Sembra quasi uno scenario:

tutto così finto nella sua realtà.

Mi basterebbe un secondo

per rinascere, ma non voglio infettarti.

Il mio respiro è sempre più compromesso.

Sei il fiore di questo deserto civile.

Se solo potessi uscire.

Se solo potessi sentire il tuo respiro.


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