Monza e un museo

Le origini di Marini

Monza e un museo  Le origini di Marini

Marino Marini è stato uno dei più grandi scultori italiani del Novecento. E Marini prima che fosse Marini si trovava a Monza, all’Isia, a insegnare scultura. Lì sono nate le Pomone e i Cavalieri che lo hanno reso celebre.

Gli hanno dedicato un museo, a Firenze. E un centro di documentazione, a Pistoia. Le sue opere affollano i musei di mezzo mondo. Un’ala del Museo del Novecento di Milano è una sua monografica. E una delle sculture più fotografate del pianeta, sul molo di palazzo Venier a Venezia, è un suo Cavallo e cavaliere.

Eccolo lì: un bronzo con un cavallo e un uomo di prima stilizzazione, le braccia a croce l’uomo, le gambe tese, un’erezione che non avrebbe fatto arrossire forse soltanto la marchesa Casati, altra inquilina della casa, e sotto un muscolare animale con il collo proteso in avanti. E’ un’immagine di forza e potenza, la sintese dell’uomo con la natura. Così l’aveva immaginata l’autore: Marino Marini. Che prima di incrociare la fama internazionale, aveva scelto un incubatore per le sua arte: Monza.

L’Isia, sempre lei, la casa di generazioni di artisti nei suoi spazi della Villa reale. Marini aveva preso il posto di Arturo Martini, che se n’era andato nel giro di un paio di calendari. Lui, no: undici anni di insegnamento che non sarebbero poi molto se non fossero stati quelli in cui la poetica e lo stile che poi lo avrebbero portato nel mondo si sono formati. Era arrivo nel 1929. Se n’era andato dalla Toscana e aveva puntato la bussola su Milano, la città più europea, il trampolino per strapparsi di dosso gli elastici che lo tenevano ancorato alla provincia anche se le fascinazioni arcaiche della sua terra non lo lasceranno mai.

Gli anni Trenta sono quelli in cui insegna e scopre, insegna e lavora, insegna e conosce. Conosce Parigi, Picasso, Kandinskij, De Pisis, Braque, le avanguardie che là, sotto la Butte, stavano cambiando il modo di intendere l’arte. Nel 1932, negli anni monzesi, le mostre più importanti a Milano e Roma, poi entra nell’accademia di Firenze. Prima di lasciare Monza passano undici anni: è il 1940 quando se ne va prima a Torino e poi a Milano, in accademia, sposato da due anni a Mercedes Pedrazzini. Se ne va e si porta via il successo: le Pomone, i Cavalieri, i Guerrieri.

Di quei cavalieri che domineranno una parte consistente della sua produzione resta una timida traccia a Monza. L’unica opera che non ha portato con sé risale ai primi tempi della sua esperienza all’Isia: un bassorilievo abbozzato nel marmo che raffigura San Giorgio contro il drago. Un cavaliere, appunto. «C’è tutta la storia dell’umanità e della struttura nella figura del cavaliere e del cavallo - avrebbe detto un giorno l’artista pistoiese - in ogni epoca di essa. All’inizio vi è un’armonia fra essi, ma alla fine, specie dopo l’ultima guerra irrompe violento fra di essi il mondo della macchina, che frattura questa simbiosi in maniera drammatica ma non meno viva e vitalizzante».


© RIPRODUZIONE RISERVATA