A Monza è guerra contro i venditori di rose: «Ma la città è diversa da come la descrive il sindaco Allevi»
Un venditore di rose

A Monza è guerra contro i venditori di rose: «Ma la città è diversa da come la descrive il sindaco Allevi»

Monza muove guerra contro i venditori di rose? MonzAttiva stigmatizza la situazione e precisa: «La città è diversa da come la descrive il sindaco Allevi».

«Monza, via della movida. In un ristorante si presenta uno dei tanti venditori di rose che passeggiano per le vie del centro. Il titolare dell’esercizio non gli nega l’ingresso, ma gli chiede due cose semplici per entrare a vendere le sue rose: di indossare la mascherina e di esibire il green pass. Dopo la verifica, il venditore, in punta di piedi per non disturbare i clienti seduti ai tavoli, prova a vendere i suoi fiori. Un paio di coppie glieli comprano, lui ringrazia e saluta. All’uscita ringrazia anche il titolare che gli ha permesso di entrare». Inizia così il racconto di MonzAttiva che, per bocca dei leader Carlo Abbà e Maria Chiara Pozzi, ha voluto raccontare «la Monza che ci piace, una città che accoglie e che lavora sull’integrazione, fatta da persone di buon cuore che si aiutano l’un l’altro e che non lascia indietro nessuno. Il compito delle istituzioni, quindi del Comune, è quello di aiutare chi è in difficoltà e non quello di alzare la voce con i deboli e chinare il capo con i forti».

«L’episodio, per quanto piccolo, rivela una città profondamente diversa da quella che raccontano il sindaco Dario Allevi e l’assessore alla Sicurezza Federico Arena – sottolinea Carlo Abbà –. Solo pochi giorni fa gli agenti della polizia locale hanno multato un altro venditore di rose, che tra l’altro è gravemente malato . Gli agenti hanno staccato una multa da tremila euro. Una sanzione che con ogni probabilità è arrivata su input della giunta e non per iniziativa personale delle forze dell’ordine. Ora per fortuna è in corso una gara di solidarietà per aiutare il venditore di rose. La sicurezza non esclude l’integrazione. Anzi, senza integrazione non può esserci sicurezza. Le azioni repressive non possono nascere e morire per pura propaganda. Perché la propaganda non è politica. La sicurezza della città e dei cittadini deve essere garantita partendo dall’educazione e dalla civiltà».


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