«Nel 1960 abitavo a Cernusco Lombardone, avevo 12 anni. Ci eravamo trasferiti da pochi giorni in quella casa. Quel giorno ero a casa a giocare con mio fratello quando in mattinata vidi tornare indietro una nostra vicina di casa che lavorava a Milano. Le chiesi come mai fosse già rientrata e mi disse quello che era successo a Monza».

A distanza di tanti anni è ancora vivo il ricordo in Maria Gironi della strage ferroviaria del 5 gennaio 1960. Tanti i passeggeri pendolari che ogni giorno partivano proprio dalla stazione di Cernusco Lombardone per raggiungere la città capoluogo. In ricordo di tutti loro ha voluto esserci anche la signora Gironi alla cerimonia di commemorazione del disastro, che si è svolta sul luogo dell’incidente, in viale Libertà a Monza, la mattina del 10 gennaio.

«Quando furono pubblicati i nomi dei defunti e dei feriti di quel tragico incidente trovai anche quello di Antonio Corrater. Allora era un giovane studente. Si trovava anche lui sul treno quella mattina, ma fu tra i fortunati che riuscirono a salvarsi».

Tra i diciassette morti c’è anche Silvana Vismara, anche lei di Cernusco Lombardone. Era impiegata a Milano, anche lei sul treno quella fredda mattina di gennaio del 1960. Nel 2010 suo fratello Erminio contattò l’allora membro della circoscrizione, Giovanni Vergani, residente proprio nel quartiere Libertà, per chiedere che venisse dedicata una targa ai morti della strage ferroviaria.
Chi c’era ancora oggi ricorda quel giorno infernale iniziato con il suono del ferro dilaniato, a squarciare la nebbia fitta di quel 5 gennaio. Quasi subito partì la macchina dei soccorsi con le ambulanze che uscirono dall’ospedale San Gerardo, allora nella sede di via Solferino, a sirene spiegate. Ma i primissimi soccorsi arrivarono da chi abitava a ridosso della ferrovia e chi era già al lavoro negli stabilimenti accanto alla linea ferroviaria. Tanti scesero in strada per aiutare le decine di feriti.

Tra i morti di quel giorno anche don Giuseppe Caffulli, quarantasei anni, parroco di Dervio. Ma anche in quella mattina di morte ci fu spazio per piccoli miracoli come quello di Angelo Sala, allora quindicenne, che si era sistemato sugli ultimi vagoni del treno, e proprio la scelta del posto lo ha salvato. Dopo l’impatto Sala riuscì a uscire dal treno non rendendosi conto dell’enormità di quanto era accaduto. Il suo pensiero fu di correre per arrivare senza troppo ritardo al lavoro. Oggi Angelo Sala abita a pochi passi dal sottopasso di viale Libertà. Fu ospite della commemorazione ufficiale dello scorso anno.