Fabrizio Sala se ne va da Forza Italia: la politica, la Brianza e quelle porte che non si aprono più

Per anni Fabrizio Sala è stato in Forza Italia, simbolo vincente della Brianza azzurra. L'onorevole entra nel Gruppo Misto con direzione Fratelli d'Italia.
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Fabrizio Sala

Per anni Fabrizio Sala è stato in Forza Italia. Il simbolo vincente della Brianza azzurra. La formichina che ha contribuito a rendere grande un partito alle porte di Arcore. Non nella comoda posizione di chi applaude quando il palco è illuminato e sparisce quando c’è da spostare le sedie. Ci è stato da sindaco, vicepresidente della Provincia di Monza e Brianza, vicepresidente della Lombardia. Incarichi che richiedono di amministrare, decidere, assumersi responsabilità. Insomma, fare politica anche quando non basta mettersi in posa accanto al simbolo. manifesti, odore di colla, riunioni, chilometri su e giù per il territorio.

Di quella storia dice di essere orgoglioso. E non la rinnega. Una precisazione che dovrebbe essere superflua, ma in politica la memoria è un bene delicato. Basta cambiare partito e c’è sempre qualcuno pronto a spiegarti che, da quel momento, il passato va riscritto. Lui invece si tiene tutto. Lealtà, passione, incarichi e perfino la gratitudine per una stagione che considera sua. Non proprio il comportamento di chi cerca una scusa per scappare dalla fotografia.

Il punto è che, da tempo, non si sente più a casa. E nemmeno in famiglia. La famiglia, si sa, è una parola molto usata nei partiti. Soprattutto quando bisogna chiedere fedeltà. Un po’ meno quando qualcuno domanda se, in quella casa, ci sia ancora posto per lui. A quel punto, la riunione di famiglia rischia di somigliare a un’assemblea condominiale. Tutti parlano di unità, ma nessuno trova le chiavi per aprire le porte del tinello.

La sua decisione, allora, non cancella il passato: prende atto del presente. Se non vede più le condizioni per essere utile alla Brianza attraverso Forza Italia, restare soltanto per conservare la tessera sarebbe una forma di fedeltà assai comoda. Per il partito, forse; per chi quella tessera la porta con convinzione, un po’ meno. La politica, dopotutto, dovrebbe servire a qualcosa di più che testimoniare la propria presenza.

E qui sta la parte meno teatrale e più concreta della scelta: la Brianza. Non il nuovo simbolo, non la nuova casacca, non la promessa di un posto migliore in prima fila. La sua ragione dichiarata è continuare a essere utile alla propria terra. Si può discutere la decisione, come si discute ogni scelta politica. Più difficile è liquidarla come un semplice capriccio quando arriva dopo anni di incarichi e di militanza rivendicata senza alcun imbarazzo di sorta.

Lasciare un partito non significa per forza rinnegarne la storia. A volte significa riconoscere che quella storia è finita, almeno per te. E che la lealtà, se vuole restare una virtù, non può trasformarsi nell’obbligo di abitare per sempre una casa in cui non ti senti più accolto. Anche perché, quando la politica smette di essere utile alla propria terra, restare diventa solo una questione di indirizzo. In politica, del resto, ogni addio contiene già l’indirizzo di un possibile arrivederci. Si lascia una porta, si guarda il corridoio, si controlla che la prossima sia aperta. Così l’uscita da Forza Italia può diventare la tappa preparatoria di un percorso che, con calma e senza strappi, porta dalle parti di Fratelli d’Italia. Prima la scelta di ritrovare la propria casa politica, poi il trasloco vero e proprio. Tutto con la dovuta coerenza, quella che permette di cambiare insegna senza dover fingere di aver sbagliato strada per anni. La Brianza resta la bussola dichiarata.

Le sigle, semmai, sono le fermate. E la prossima, il passaggio in Fdi avrebbe anche una sua eleganza. Dopo aver parlato di famiglia, arriverebbe finalmente in una che compare già nel nome del partito. Fratelli…

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.