Addio a Luciano Valaguzza, la grotta di Lourdes e la bandiera Dc come ultimi desideri

È morto Luciano Valaguzza da sempre fedele alla Dc. Funerali giovedì 22 ottobre, a Cinisello Balsamo.
Luciano Valaguzza
Luciano Valaguzza

Come disse il Re di Cuori ad Alice: cominciamo dall’inizio. Anzi, forse meglio dalla fine. Primo scatto che poi è l’ultimo. Una bara, ferma. Sopra, la bandiera della Democrazia cristiana. Il verde, il bianco, il rosso, il simbolo che per una vita aveva accompagnato Luciano Valaguzza. Quel drappo sembrava restituirlo alla sua storia. Non a quella grande dei manuali, ma a quella minuta e testarda di chi ha creduto che amministrare fosse un modo di servire la gente. Luciano, per gli amici Lucianone, era un democristiano di lungo corso. Uno di quelli che avevano imparato a camminare sul fango senza sporcarsi le scarpe. Non perché il fango non ci fosse, e nemmeno perché lui non lo vedesse. Semplicemente, sapeva dove mettere i piedi. La politica, per lui, non era un impermeabile morale, ma una strada da percorrere tenendo la schiena diritta e gli occhi aperti.

Nato a San Giovanni Bianco, insegnante, legò la sua vita pubblica a Cinisello Balsamo. Città dove, per decenni, se non eri comunista difficilmente potevi non dico trovare un lavoro, ma nemmeno parlare. Fu consigliere comunale e vicesindaco. Poi consigliere regionale per quattro legislature. Presiedette AICCRE Lombardia. Sono titoli che stanno bene nei necrologi e nelle biografie. Ma non spiegano da soli l’uomo. Per capirlo bisogna tornare a un altro luogo, a una grotta ricostruita alla Fonte Bracca, e a un appuntamento che ogni anno aveva la puntualità delle cose amate. I viaggi a Lourdes, per Luciano, non erano una gita da mettere in calendario né una parentesi devota da raccontare al ritorno. Erano una parte profonda della sua vita. La grotta della Fonte Bracca ne custodiva una specie di eco.

Ogni anno ci si ritrovava lì, davanti alla riproduzione della grotta di Lourdes, per il rosario. Il tempo poteva cambiare, le persone potevano invecchiare, ma quell’appuntamento tornava. Come tornano le cose che non hanno bisogno di essere spiegate. Poi veniva la cena alla Genzianella, subito dopo il rosario. Era il compleanno di Luciano e la tavolata diventava il seguito naturale della preghiera. Si passava dal silenzio delle Ave Maria al rumore buono delle voci, dai ricordi alle risate, dalla devozione alla fraternità. Non c’era contraddizione. Per lui, forse, la fede aveva proprio quel volto. Stare insieme, ricordarsi degli altri, non lasciare che il viaggio finisse al ritorno.
A quella cena, ogni anno, distribuiva i diplomi del pellegrinaggio dell’anno precedente. Un piccolo rito, con la solennità affettuosa delle cose fatte sul serio senza prendersi troppo sul serio. C’erano le motivazioni, naturalmente. Anche il mio diploma arrivò con una nomina: «observateur», scritto così, in francese, con tanto di spiegazione nella lingua d’Oltralpe. Era l’incarico dove avrei potuto fare meno danni possibili. Luciano sapeva essere ironico senza ferire e, quando la battuta era buona, sapeva lasciarla lavorare da sola.

Adesso la scena torna alla bara. La bandiera della Democrazia cristiana è ancora lì, e il primo impulso è di leggerla come un segno di appartenenza. Ma forse dice qualcosa di più semplice e più grande. Che un uomo può restare fedele alla propria storia senza diventarne prigioniero. Luciano ha portato quella bandiera per una vita, ma non la usò per cancellare gli altri. Gli avversari restavano avversari, mai nemici. Il confronto poteva essere duro, anche aspro, ma non era una licenza a disprezzare e denigrare.
E resta un posto a tavola alla Genzianella, anche se nessuno avrà il coraggio di chiamarlo vuoto. Resta la grotta alla Fonte Bracca, il rosario, il viaggio a Lourdes dell’anno prima da ricordare e il diploma da consegnare. Resta perfino il mio «observateur», con la sua motivazione che tengo incorniciata dietro la mia scrivania. Non so se Luciano pensasse davvero che fosse il mio posto. So che riuscì a farmelo sembrare un’onorificenza. E poi, diciamolo, aveva pure ragione.
Dalla fine, allora, torniamo all’inizio. Alla prossima partenza, al prossimo rosario, alla tavolata dell’11 febbraio che si allunga e alla risata che arriva quando meno te l’aspetti. Lucianone non ci sarà a distribuire i diplomi. Ma qualcuno, prima o poi, dovrà pur assegnare il titolo di «observateur» a chi proverà a farlo al suo posto. E lì, temo, faremo tutti molti più danni.

Funerali giovedì 22 ottobre a Cinisello Balsamo alle 15 nella chiesa di Sant’Ambrogio.

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.