La Brianza, si sa, non ama molto raccontarsi. Lavora, costruisce, corre, qualche volta brontola. E tende a considerare il bene fatto agli altri una faccenda privata, quasi da sbrigare senza testimoni. Sabato, all’auditorium della Provincia, per una volta, qualcuno ha acceso la luce. Il Premio Beato Talamoni, nell’anno del centenario della nascita del suo patrono, ha premiato tredici persone e associazioni. Tredici storie diverse, unite da una cosa semplice e oggi tutt’altro che scontata. L’idea che una comunità non sia soltanto il luogo dove si abita, ma qualcosa di cui bisogna prendersi cura. Figure che incarnano bene questa ostinata vocazione brianzola al fare. Non per mettersi in mostra, ma quello più difficile. Custodire, tenere insieme, consegnare ad altri qualcosa che altrimenti rischierebbe di perdersi.
È il filo rosso di questa edizione. C’è chi entra in carcere non per giudicare, ma per costruire un futuro, come Carcere Aperto. Chi da settant’anni coltiva il motociclismo, come il Moto Club Lazzate. Chi, giovanissima, come Mimì Aminata Caruso, porta la propria voce ben oltre i confini della Brianza. Chi, come Michele Sangineto, ricostruisce strumenti antichi studiando quadri e documenti, perché anche un violino può essere una forma di memoria.E poi ci sono le storie che fanno più male. Paolo Mocarelli, davanti al ricordo dell’Icmesa, racconta come persino una tragedia possa diventare lezione, ricerca, organizzazione, medicina migliore. Carlo Giorgetti, dopo la morte del figlio Paolo, avrebbe potuto chiudersi nel dolore. Con la moglie Augusta fece invece nascere un ospedale per bambini in Benin. Adesso bisogna riparare un impianto per produrre ossigeno.
La solidarietà, a differenza delle commemorazioni, ha sempre bisogno di manutenzione. Il presidente Luca Santambrogio l’ha detto con parole semplici: non voltarsi dall’altra parte. Forse è questa la definizione più seria di cittadinanza. Non servono sempre imprese memorabili. A volte basta accorgersi che qualcosa, proprio accanto a noi, rischia di andare perduto e decidere che non succederà. La Brianza migliore è quella che non si limita a produrre cose. Produce memoria, responsabilità, futuro. E ogni tanto si ricorda persino di dirlo.
Se la Brianza tende a fare il bene in silenzio, il Premio Talamoni prova almeno per un giorno a darle un microfono. Non per trasformare tredici storie in altrettanti monumenti, ma per ricordare che dietro una comunità che funziona ci sono persone che tengono acceso qualcosa. Una porta aperta in carcere, una moto rimessa in strada, una voce giovane che trova spazio, un’associazione che non molla. Piccole e grandi ostinazioni che hanno tutte la stessa direzione: prendersi cura di ciò che si ha e, soprattutto, di chi verrà dopo. È forse questa la versione più autentica della Brianza: poco incline alle celebrazioni, molto alle maniche rimboccate. E se proprio ogni tanto bisogna accendere la luce, almeno che serva a vedere chi, nel frattempo, ha continuato a lavorare al buio.