Assolombarda, intervista al presidente Alessandro Spada: «Priorità, investimenti subito»
Alessandro Spada Presidente Assolombarda

Assolombarda, intervista al presidente Alessandro Spada: «Priorità, investimenti subito»

Intervista ad Alessandro Spada, neo presidente di Assolombarda che ha preso il testimone da Carlo Bonomi (Confindustria). Traccia la linea per il rilancio dopo l’emergenza: «Subito un piano di rilancio».

È membro del Consiglio di Amministrazione di VRV di Ornago, con sede, quindi, in provincia di Monza, presidente di Confidi Systema!, membro del Consiglio della Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, ma soprattutto presidente di Assolombarda fino al rinnovo, nella prossima primavera della Presidenza per il periodo 2021-2025. Alessandro Spada succede a Carlo Bonomi, ora presidente di Confindustria.

Con Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, lei guiderà Assolombarda per il prossimo anno. Quali saranno le sue priorità?
Il Coronavirus ha portato alla luce le fragilità del nostro sistema economico e ora ci troviamo di fronte all’urgenza di ripartire pensando a nuovi modelli di sviluppo e organizzativi. La sostenibilità -economica e sociale - avrà un ruolo centrale, così come l’innovazione e la tecnologia, che stanno definendo una nuova manifattura. Nei prossimi mesi saremo chiamati a un duplice sforzo. Per prima cosa essere al fianco degli imprenditori, in questo momento di forte difficoltà, esercitando un’azione che metta al centro dell’agenda pubblica interventi e misure volte a garantire la tenuta delle imprese del nostro territorio piegate da una crisi che non ha precedenti dal dopo guerra. E poi quello di lavorare per un rilancio energico del PIL capace di farci recuperare il gap di produzione e di reddito perduto.

Già prima dell’emergenza l’economia italiana segnava il passo. Ora che il Covid ha imposto un ulteriore, brusco rallentamento, quali rischiano di essere le prospettive a breve e lungo termine?
In Italia il passaggio da emergenza sanitaria a emergenza economica è stato repentino. E in Lombardia, dove l’epidemia ha colpito prima e con estrema violenza, il contagio economico assume dimensioni imponenti, con un crollo verticale dell’attività produttiva regionale che stimiamo del -35% a marzo su base annua e del -45% ad aprile. Nella prima parte di maggio i segnali di ripartenza sono chiari, ma le prospettive rimangono per ora deboli. Infatti, il recupero dei livelli di attività sperimentati prima dell’esplosione di questa nuova crisi è oggi minimo e tutti gli indicatori nel confronto annuo mantengono un segno fortemente negativo, ad evidenziare come alcuni settori sono ancora chiusi e molti, tra chi ha riaperto, stanno sperimentando un riavvio graduale.

Come giudicano le imprese le decisioni del Governo in questi mesi? Quali provvedimenti e strategie andrebbero messi in campo per sostenere adeguatamente le aziende? Di che cosa hanno bisogno per riprendersi dopo lo tsunami del coronavirus?
Tutte le misure stanziate finora, seppur in qualche caso apprezzabili, sono lontane dall’essere sufficienti. Per promuovere la ripresa servono politiche coraggiose e una visione di lungo periodo. Per esempio, senza liquidità e un agevole accesso al credito il sistema non può ripartire. In questo senso, ci auguriamo che la Pubblica Amministrazione saldi velocemente i debiti che ha con le imprese. Servono ingenti risorse e un aiuto cooperativo europeo per impostare subito un grande piano di investimenti, insieme al rilancio di industria 4.0 e allo sblocco delle innumerevoli opere pubbliche strategiche per la ripartenza anche del nostro territorio.

La diffusione del Covid 19 ha costretto le aziende a cambiare l’organizzazione del lavoro per garantire la sicurezza, a utilizzare sempre più lo smart working, a spingere per una ulteriore digitalizzazione dei processi. E molte di esse hanno intenzione di proseguire su questa strada. L’emergenza ha segnato un punto di non ritorno da questo punto di vista? Le aziende e il Paese sono pronti per questa svolta?
La situazione di emergenza ha spinto le nostre aziende a cercare soluzioni per guardare oltre la crisi, dando una decisa accelerata a un processo di digitalizzazione che era comunque in corso. La tecnologia si è rivelata un alleato essenziale per gestire la crisi Covid-19 e mitigare la quarantena: i nuovi strumenti digitali di connessione e di lavoro a distanza, come lo smartworking, hanno contribuito ad evitare la paralisi totale delle attività lavorative. La pandemia ha rimarcato quello che molti di noi avevano già intuito: ripensare il lavoro sia negli aspetti che riguardano la sua organizzazione sia i processi. Per affrontare l’imprevedibilità di questo nuovo contesto è necessario un impegno deciso verso le tecnologie digitali. Non a caso, le industrie e i settori che hanno già maturato strategie di trasformazione digitale sono anche quelle che hanno saputo affrontare meglio la situazione eccezionale dovuta al Coronavirus.

ll bisogno immediato di liquidità ripropone il tema dell’accesso al credito e delle resistenze, almeno di alcune banche, a concederlo. Cosa si può fare per sbloccare la situazione?
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un grande disallineamento tra annunci e aspettative delle imprese. Un esempio su tutti, la dichiarazione inverosimile che i finanziamenti da 25mila euro fossero erogati automaticamente - senza preventive verifiche - dagli Istituti di credito. La priorità per le imprese è avere liquidità in tempi rapidi. In questa direzione, vanno snellite le procedure istruttorie, anche tenendo conto delle dimensioni delle imprese e della maggiore imprevedibilità del contesto economico rispetto al periodo pre Covid. Infatti, chiedere previsioni eccessivamente dettagliate e mensilizzate, in particolare, per le piccole imprese rappresenta spesso una barriera all’ingresso nelle richieste di finanziamento. Vanno poi considerati canali di accesso al credito complementari al sistema bancario, come i Confidi, ancora poco utilizzati ma garanzia di finanziamenti veloci. E per quanto riguarda i prestiti, da garantire con estrema velocità a tutte le aziende al di là del fatturato, serve un orizzonte per la restituzione di almeno 10 o 15 anni.

La crisi impone di costruire le condizioni per una economia sostenibile, ma questa va di pari passo anche con la sostenibilità sociale. Senza un rilancio in tempi stretti c’è il rischio di un disagio sociale diffuso che potrebbe avere gravi conseguenze. E le politiche di sostegno al reddito di queste settimane non potranno continuare a lungo. Quali strumenti possono essere utilizzati per intervenire su questo fronte?
Abbiamo già espresso la forte preoccupazione per il concreto rischio dello scoppio di una vera e propria emergenza sociale. Comprendiamo la necessità di un sostegno al reddito – lo stesso Presidente di Confindustria Carlo Bonomi aveva chiesto al Governo di detassare gli aumenti che le imprese possono garantire ai lavoratori alle prese con l’orario ridotto e la Cig – ma non per questo crediamo che la soluzione sia quella della distribuzione di denaro a pioggia. Servono misure che producano crescita, che rilancino la domanda interna e i consumi. Senza un reale investimento nella ripresa del sistema produttivo, rischiamo una grande frattura sociale. Ed è evidente che credere nelle imprese significa investire sul lavoro e sul reddito. Proprio durante questa emergenza, le imprese del territorio si sono fatte carico attivamente di contribuire al sostegno della nostra comunità e delle sue persone con grande generosità e un grande senso di responsabilità sociale che ci accomuna tutti.


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