Monza e la Brianza solo tra il 2024 e il 2025 hanno perso oltre mille artigiani, passando da 23.088 a 21.924, il 5% in meno. Poco meno della media italiana (-5,1%, persi oltre 69mila imprenditori artigiani) e al 38esimo posto (in senso negativo) tra le 107 province italiane. La classifica delle peggiori è dominata da Pesaro Urbino, con l’8,3% in meno, seguita da Mantova e Bologna.
Restando nei confini provinciali, Monza e Brianza vede comunque il bicchiere mezzo pieno: a livello lombardo, infatti, il segno negativo è al 5,3%, passata da 254.327 a 240.925 a imprenditori artigiani attivi (-13.402), Ma il dato più drammatico è quello dell’ultimo decennio (2015-2025), -82.396 artigiani pari a un quarto del totale.
C’è chi sta peggio, come le Marche, -31%. E la Lombardia è anche preceduta da una un’altra serie di regioni del nord come Piemonte, Veneto e poi più giù Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Abruzzo. A livello nazionale la perdita nel decennio è stata del 25,1% (oltre 430mila aziende in meno) con le punte più marcate in centro.
A sondare il fenomeno è stato l’ Ufficio Studi CGIA, appartenente all’Associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre, su dati INPS. Nel 2025 risultavano quasi 1,3 milioni di artigiani e 1,2 milioni di imprese artigiane attivi nel Paese. Le aziende, dopo il picco massimo ottenuto nel 2008, con quasi 1,5 milioni di unità, ha visto il numero complessivo “scendere costantemente”. Dato l’andazzo, dice la Cgia: “E’ molto probabile che entro un decennio reperire sul mercato un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista in grado di eseguire un intervento di riparazione o manutenzione presso la nostra abitazione o nel luogo dove lavoriamo sarà un’operazione difficilissima”.
Emorragia di artigiani: “Anche l’effetto di processi di aggregazione e acquisizione di aziende”
L’associazione segnala tuttavia che questa riduzione “in parte è anche riconducibile” al “processo di aggregazione o acquisizione che ha interessato alcuni settori dopo le grandi crisi 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021”. “Spinta” verso l’unione aziendale che “ha compresso la platea degli artigiani – dice Cgia – ma ha contribuito positivamente ad aumentare la dimensione media delle imprese, spingendo all’insù anche la produttività di molti comparti; in particolare, del trasporto merci, del metalmeccanico, degli installatori impianti e della moda”.
A subire gli effetti della trasformazione in negativo sono state anche le botteghe e i negozi di vicinato “per la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce” con “I grandi supermercati e le piattaforme online che riescono a offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala” senza contare che “l’online offre comodità, ampia scelta e consegna a domicilio, elementi sempre più apprezzati dai consumatori”. Sono poi cambiate le abitudini di consumo, dice ancora Cgia: “Oggi si fanno meno acquisti frequenti e più acquisti concentrati” e infine, altro fattore, “i costi fissi elevati”, affitti commerciali, utenze, tasse locali e contributi “pesano molto di più su una piccola attività che su una grande catena”.
A minacciare l’artigianato poi c’è anche l’intelligenza artificiale, ma sempre secondo la Cgia: “l’AI non farà sparire gli artigiani. Piuttosto, li dividerà in due gruppi. Il primo è quello di chi userà l’AI come un aiutante instancabile – il falegname potrà avere dieci idee di tavolo in pochi secondi, il muratore preparerà preventivi mentre è ancora al lavoro in cantiere, il ceramista non dovrà più perdere tempo a scrivere post sui social”, mentre il secondo gruppo è quello di chi “si troverà l’AI come concorrente” in particolare dove: “il prodotto si può standardizzare”.
Artigianato, non tutto va male: in crescita i settori del benessere, dell’informatica e dell’alimentare da asporto
Come salvare l’artigianato? “Sarebbe opportuno progettare un “reddito di gestione delle botteghe artigiane” per chi conduce o apre una attività nei centri minori. almeno fino a 10.000 abitanti – propone Cgia e poi “investire seriamente sull’orientamento scolastico e sull’alternanza scuola-lavoro, restituendo centralità agli istituti professionali che, non troppi decenni fa, sono stati un motore decisivo dello sviluppo economico nazionale”.
E poi non tutto non funziona: “Non tutti i settori artigiani hanno subito gli effetti della crisi – conclude la Cgia – Quelli del benessere e dell’informatica presentano dati in controtendenza. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti, dei massaggiatori e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media”.
E poi “va altrettanto bene anche il comparto dell’alimentare da asporto”, con “risultati significativamente positivi per le gelaterie, le gastronomie e le pizzerie al taglio ubicate, in particolare, nelle città ad alta vocazione turistica”