Tragedia Crans Montana, le parole del team di psicologhe monzesi chiamate a gestire l’emergenza

Roberta Brivio, Daniela Longoni, Anna Rosa Moro e Caterina Montalbano, resteranno fino a domenica 4 gennaio a disposizione dei familiari delle vittime del rogo
Roberta Brivio (prima a sinistra) e il team dell’associazione Sipem Sos Lombardia Odv

Roberta Brivio, presidente di Sipem Sos Lombardia odv, l’associazione che riunisci psicologi specializzati nelle situazioni di emergenza, ha trovato un attimo per rispondere al telefono quando mancano pochi minuti all’arrivo a Zurigo. Lei, insieme a Daniela Longoni, psicologa dell’età evolutiva e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, membro dell’associazione Il Veliero di Monza, Anna Rosa Moro e Caterina Montalbano, resteranno fino a domenica 4 gennaio a disposizione dei familiari delle vittime del rogo di Crans-Montana, nel reparto grandi ustionati dell’ospedale di Zurigo.

A poche ore dal rogo in cui hanno perso la vita quaranta giovanissimi le quattro professioniste sono partite per la Svizzera. L’associazione Sipem Sos Lombardia odv è parte integrante del sistema di Protezione civile, da anni impegnata nel garantire supporto psicologico nelle emergenze collettive.

Alcuni dei familiari li hanno incontrati già a Crans-Montana, in particolare una famiglia italiana che probabilmente ritroveranno proprio a Zurigo. Qui, nel reparto grandi ustionati, sono quattro i feriti italiani ricoverati. «Sarà la Protezione civile a favorire i contatti con le famiglie dei ragazzi ricoverati – racconta Brivio -. Noi siamo a disposizione di chiunque vorrà parlare, anche perché l’ospedale di Zurigo può contare solo sulla presenza degli psicologi della struttura, mentre noi siamo formate per affrontare queste emergenze».

E di tragedie collettive gli psicologi della Sipem SoS Lombardia ne hanno viste tante: dalle catastrofi naturali agli incidenti stradali. Ogni situazione è differente, impossibile sapere prima come comportarsi, cosa dire. «Ci sono le linee guida ma ogni storia è un mondo a parte. In questo momento il dolore più straziante per i genitori, i famigliari e gli amici dei ragazzi che erano presenti nel locale è quello di stare in attesa, di dover attendere risposte che non arrivano mai -. Alcuni ancora non sanno se il figlio o la figlia sono ancora vivi, se sono tra i ricoverati non ancora identificati. È un dolore straziante».

Tutti i familiari più stretti dei ragazzi presenti nel locale andato a fuoco la notte di Capodanno si sono sottoposti al prelievo del Dna, il solo modo a disposizione per cercare di dare un’identità a chi è morto e non ha ancora un nome e ai feriti non ancora identificati.

L’ultimo terrificante bollettino diramato dalle autorità svizzere nella mattinata del 3 gennaio parla di 121 feriti di cui 5 non ancora identificati, e 40 morti di cui 30 ancora senza nome. Solo dieci defunti sono stati identificati e quattro di loro già stati riconsegnati alle famiglie. Domenica 4 gennaio alle 11 verrà celebrata una messa in memoria delle vittime nella chiesa di Crans-Montana, poi la processione sfilerà in silenzio fino alla discoteca.

«Ci vorranno giorni prima di riuscire a identificare tramite l’esame del Dna le persone ancora disperse. Per alcune vittime purtroppo non resta sufficiente materiale per un confronto». Brivio e le colleghe lasceranno Zurigo domenica 4 gennaio, mentre a Crans-Montana restano altri undici psicologi dell’associazione. «Torniamo a casa per lasciare il campo ad altri colleghi ma abbiamo tutte dato la disponibilità per tornare se ce ne sarà bisogno. Credo però che nei prossimi giorni ci sposteremo nelle strutture lombarde dove man mano si cerca di trasportare i feriti».

L'autore

Nata nell’anno dei due presidenti e dei tre papi. Scrivo per il Cittadino dal 2009, prima solo per l’edizione cartacea poi per la tv e il sito per cui realizzo anche servizi video. Mi occupo di chiesa locale, cronaca, volontariato, terzo settore, carcere. Con l’associazione Carcere Aperto nel 2011 ho realizzato insieme al fotografo Antonio Pistillo la mostra “Guardami”, dove abbiamo raccontato le storie dei detenuti della casa circondariale di Monza.