Michele Trianni, pubblico ministero della procura di Monza, ha aderito al comitato “Giusto dire no” promosso dall’Associazione nazionale magistrati.
Perché voterà no alla riforma se, come afferma il ministro della Giustizia, non tocca l’indipendenza della magistratura?
Perché non basta enunciare l’indipendenza nella Costituzione: è il Csm che la garantisce decidendo su nomine, carriera, trasferimenti, disciplinare. La riforma colpisce proprio il Csm che viene svuotato e spezzato in due aumentando l’influenza della politica, con la conseguenza che i magistrati nel decidere staranno più attenti a “non remare contro” la maggioranza di turno.
Referendum sulla giustizia, il pm Trianni: Csm e correnti

Il sorteggio dei due Csm non contribuirebbe a depotenziare le correnti?
Il correntismo ha avuto degenerazioni ma questo sorteggio è un rimedio peggiore del male a causa della sua asimmetria: i componenti togati verranno pescati tra migliaia di magistrati mentre i laici da liste compilate dal Parlamento e la sociologia insegna che negli organi assembleari una minoranza organizzata prevale sempre su un’apparente maggioranza fatta di individui singoli.
Referendum sulla giustizia, il pm Trianni: carriere separate
Quale sarebbero, secondo voi, i rischi della separazione delle carriere e della creazione dell’Alta Corte disciplinare?
L’appiattimento del giudice sul pubblico ministero è pura immaginazione in quanto le assoluzioni rappresentano circa il 50% e i passaggi di funzione lo 0,4% l’anno. La riforma mina la cultura comune della giurisdizione, con il pm che cerca la verità processuale come il giudice, e crea due Csm più deboli davanti a una politica più forte: il pm rischia di trasformarsi da organo imparziale ad avvocato dell’accusa con un modello nefasto che porta al controllo da parte dell’esecutivo. L’Alta corte toglie al Csm la materia disciplinare, aumenta il numero dei componenti di nomina politica ed elimina la possibilità di ricorrere per Cassazione. Tutto ciò sul presupposto che i magistrati siano una casta di incompetenti e impuniti, che si giovano di una giustizia “domestica” mentre le statistiche ministeriali dimostrano che in Italia il tasso di ingiusta detenzione è l’1,4%, uno dei più bassi d’Europa, e il Csm è uno dei più severi. Con la riforma il disciplinare diventerebbe più facile da utilizzare come strumento di pressione e un magistrato sotto costante minaccia potrebbe essere meno propenso a “remare contro” la maggioranza. Il varo dell’Alta corte brucerebbe decine di milioni che potrebbero essere investiti su personale e organizzazione, aspetti che non funzionano nella giustizia.