Monza, sul ponte (chiuso) di via Aliprandi: perché è “nuovo” ma è il più antico della città e gli altri segreti

È il "ponte nuovo" ma in effetti è il più antico di Monza: un po' di segreti dello scavalco di via Aliprandi, oggi chiuso per lavori straordinari.
Monza ponte Aliprandi arcate
Monza ponte Aliprandi arcate

Un occhio poco esperto o distratto può passare oltre senza prestarci troppa attenzione. In questi giorni, però, il ponte sul Lambro di via Aliprandi, oggetto – assieme ai fratelli che insistono su viale Fermi e via Zanzi – di importanti interventi di manutenzione straordinaria e quindi completamente chiuso al traffico, è al centro del dibattito pubblico – e delle lamentele degli automobilisti, costretti a cimentarsi in trafficati percorsi alternativi. E allora forse vale la pena conoscerlo meglio questo ponte, e soffermarsi sulla sua storia e sulle sue caratteristiche, a partire da quello che a lungo è stato il suo nome: “ponte nuovo”.

Monza, sul ponte (chiuso) di via Aliprandi: la ricostruzione del geologo Pompeo Casati

Di grande aiuto, in questa ricostruzione, è l’articolo che il geologo e accademico monzese Pompeo Casati gli ha dedicato esattamente vent’anni fa: un testo prezioso, ricco di testimonianze cartografiche, contenuto nel quaderno numero 5 della raccolta “Il Parco, la Villa” a cura dell’associazione culturale Novaluna.
Sulle mappe del Settecento e dell’Ottocento – scrive Casati a pagina 38 – è indicato come ‘ponte nuovo’ (o ‘ponte novo’), ma in effetti è il più antico, seppur ricostruito più di una volta, tra quelli esistenti risalendo, si pensa, al 1334 (quindi il più antico in uso in città, dato che quello di Arena è sotterraneo), quando Azzone Visconti fece erigere le mura della città fortificata”. Serviva “anche a tener fuori dalla città le acque di piena del fiume; a questo scopo veniva sbarrato con paratoie per far scorrere l’acqua nel fossato lungo le mura, quello che è ora il Lambretto”.

Monza, sul ponte (chiuso) di via Aliprandi: dal ‘300 a oggi

Dalla prima metà del Trecento a oggi corrono veloci sette secoli di storia di Monza e già questo primo elemento spinge (dovrebbe spingere) l’osservatore ad avvicinarsi con rispetto a un testimone di così lungo corso.
A questo punto, catturata l’attenzione, balza (o dovrebbe balzare) agli occhi un secondo elemento, più architettonico: le due campate del ponte visibili dalla strada non sono uguali. Il che, prosegue Casati, lascia “supporre la presenza di una terza arcata in modo da conferire simmetria all’intera struttura, con un’arcata centrale più grande e le due laterali leggermente più piccole e ribassate rispetto alla centrale”.

Monza, sul ponte (chiuso) di via Aliprandi: ma dov’è la terza arcata?

Dove sia finita la terza arcata è presto detto: è sufficiente seguire con lo sguardo il profilo del ponte per immaginare, a buon diritto, che sia stata interrata e successivamente inglobata negli edifici che, ancora oggi, costituiscono il complesso del Carrobiolo, di proprietà dei padri barnabiti – e “ponte del Carrobiolo” è stato infatti uno degli altri nomi con cui il ponte è stato chiamato in passato.

La terza arcata sembra già parzialmente interrata nel Settecento, quando in disegni del 1712 e 1733 il ponte è raffigurato a due arcate. Nelle mappe del Filippini e del catasto teresiano (1722) sono disegnate tre arcate ma la terza, quella ora sepolta, appare già chiusa nel lato settentrionale e non interessata dal deflusso delle acque”, precisa Casati, aggiungendo che “attualmente anche gran parte del ponte è interrata; nel corso dei secoli i sedimenti del Lambro hanno sepolto le parti inferiori delle volte che probabilmente poggiavano direttamente sulle fondamenta”.

Monza, sul ponte (chiuso) di via Aliprandi: il ruolo di Fioccorosso

Negli anni in cui Casati scrive – la pubblicazione è del 2006 – la piccola costruzione di via Aliprandi, al civico 43, ospitava la sede dello storico coro Fioccorosso: la “parte sommitale” della volta della terza arcata “è conservata ed è osservabile – precisa – nel seminterrato dell’edificio”. Carte alla mano, il geologo precisa anche che “il ponte fu ricostruito nel 1785 in seguito al crollo parziale; in un concio di uno dei due parapetti è incisa la data 1712, probabilmente a testimonianza di una precedente ricostruzione”.