«Ho lavorato sempre e non ho mai smesso di lottare. Ho cresciuto cinque nipoti insegnando loro il vero significato della libertà. Perché ho fatto tutto ciò? Perché non avrei potuto fare altro». Sono le parole che Fabio Agostoni fa pronunciare a Paola Gianella nella performance teatrale “Le staffette del lavoro e della lotta” già allestita a Monza, a Nova e a Brugherio, che venerdì, alle 20.45, va in scena allo Spazio Stendhal di Villa Tittoni, a Desio, e sabato 25 aprile nell’aula magna della scuola Manzoni di Lesmo.

Monza: in ricordo di nonna Paola, la formula del teatro-canzone
Lo spettacolo, con la formula del teatro-canzone, è portato in scena da un collettivo di una dozzina di persone: «La prima parte è un pugno allo stomaco – spiega Agostoni – narra le vicende di 21 partigiane, alcune delle quali uccise in modo atroce, che nella seconda cedono il testimone alle Madri costituenti mentre nella terza sette donne» impegnate in politica, come l’ex sindaca di Nova Rosaria Longoni, alternandosi ogni sera forniscono una testimonianza sulla loro esperienza. A fare da collante è la storia di sua nonna Paola, mamma di Vladimiro Ferrari, morta a 95 anni.
Era nata nel 1902 e lavorava come modista al Cappellificio Monzese, nel 1921 è stata tra i fondatori del Partito comunista, nel ‘22 ha sposato Amedeo Ferrari e nel ‘24 ha avuto Vladimiro: nel ‘27 è stata incarcerata per la prima volta per aver ricostituito il Pci e per aver pubblicato il giornale clandestino “Brianza rossa”. Nel ‘29 è stata nuovamente arrestata per aver partecipato al “Soccorso rosso” in favore dei detenuti ed è stata condannata a due anni di confino a Castelsaraceno e a Lipari, nel ‘32 è stata condannata ad altri cinque anni di confino. Un anno prima le era stata tolta la custodia del figlio che ha potuto riabbracciare solo molti anni dopo. Nel frattempo si era separata dal marito «che a volte non si comportava bene» con lei e si era unita a Rodolfo Sarti, un anarchico toscano conosciuto al confino, da cui ha avuto due figlie, Taziana e Vilma, la mamma di Agostoni.
«In realtà si erano già incrociati a San Vittore – spiega il nipote – durante la detenzione mia nonna dalla cella aveva urlato “Viva il primo maggio” e dall’ala maschile le aveva risposto un recluso. Quando, a Ponza, ha rievocato l’episodio con altri confinati lui si è ricordato il fatto». «Quando eravamo piccoli ci raccontava la sua vicenda in modo leggero, ironico – spiega Agostoni – parlava del carcere come del collegio e definiva il confino le gite premio: ci fa fatto capire il valore di resistere anche nelle situazioni pessime. Ci descriveva le umiliazioni subite: spesso i soldati entravano in casa di notte, la facevano vestire per poi farle rimettere la camicia da notte. A ogni trasferimento lei e le altre condannate erano costrette a spogliarsi completamente e venivano cosparse di nafta per prevenire l’infestazione di pidocchi: non sappiamo se ha subito qualcosa di più tremendo, non lo ha mai detto. Nonostante quello che ha passato non si è mai fatta vincere dalla cattiveria».
