Monza, i funerali di Mario Colombo: una comunità per il signor Colmar

C'erano tutti al funerale di Mario Colombo in duomo a Monza: operai, impiegati della Colmar, qualche personalità e tutta una comunità.
Monza funerali Mario Colombo Colmar corona Golf club Madonna Campiglio
Monza funerali Mario Colombo Colmar corona Golf club Madonna Campiglio

Ho visto il Dogui piangere. E già questo basterebbe a far tremare le certezze di un’intera estetica brianzola fatta di polo stirate, abbronzature perenni e certezze granitiche. Un uomo della generazione Lacoste, uno che al massimo si concede una smorfia quando perde a golf, venerdì 10 aprile non è riuscito a trattenersi. Le lacrime gli sono cadute dritte sul Rolex d’ordinanza, come a ricordare che il tempo, a volte, non si misura. Si ferma.

Monza funerali Mario Colombo Colmar
Monza funerali Mario Colombo Colmar

Monza, i funerali di Mario Colombo: in duomo pochi fiori e tante persone

Ma non c’era solo lui al funerale di Mario Colombo in duomo a Monza. C’erano gli operai e gli impiegati della Colmar, l’azienda di famiglia, con quello sguardo composto di chi non ha bisogno di parole per dire grazie. C’erano tutti, davvero tutti, per il signor Mario. Perché di signori stiamo parlando, e non è una parola che si usa a caso da queste parti.

Sul sagrato pochi fiori, sobri, quasi timidi. Spiccavano quelli della federazione sciistica francese e del golf club di Madonna di Campiglio, la sua seconda patria. Dentro, invece, cappelli d’alpino seminati ovunque, come una costellazione silenziosa sotto le navate che avevano visto passare persino Napoleone. Un funerale qualunque, verrebbe da dire. Ma solo se non sai cosa significa Monza.

Monza funerali Mario Colombo Colmar corona Federazione francese sci
Monza funerali Mario Colombo Colmar corona Federazione francese sci

Monza, i funerali di Mario Colombo: la gente e le persone più note

Perché qui i funerali sono una lingua. Fatta di silenzi lunghi, di applausi che arrivano quando meno te lo aspetti, di mani strette senza bisogno di presentazioni. Di lacrime e ricordi che si mescolano come se fossero la stessa cosa.

Nelle ultime file arrancava Carlo Edoardo Maria Valli. Un tempo ras degli industriali di Monza e Brianza, oggi appoggiato a gambe che non reggono più il peso di tutto quello che hanno costruito. Poco più in là lo zio Terry, vecchio trombone della politica, si faceva largo con una stampella, come se anche stavolta ci fosse da arrivare a stringere una mano importante. Qualche consigliere comunale, temerario o forse solo distratto, si è presentato con le mani in tasca nei jeans. Mancava solo si mettesse a fischiettare, e poi il quadro sarebbe stato completo.

C’erano Ruggero Redaelli e Remo Mariani, presidente e direttore generale della Bcc di Carate, visibilmente scossi. E c’era il giovane imprenditore Paolo Pessina, che ha accompagnato la madre e le è rimasto accanto per tutto il tempo, perché a un funerale così non si va da soli. Ci si tiene. Ci si riconosce.

Famiglie, amici, città. Perché Mario Colombo non era solo un uomo: era un pezzo di quella Monza che vuole ancora essere se stessa. Quella di Teodolinda, più che quella che guarda a Milano chiedendo il permesso. Con buona pace di Sant’Ambrogio.

Il Duomo, venerdì mattina, era pieno come nelle grandi occasioni. E forse lo era davvero. Il funerale di un figlio della Monza longobarda, uno che ha saputo esportare lavoro e bellezza nel mondo senza mai smettere di appartenere a queste strade. E come tutte le città di provincia, quando conta, Monza si è presentata compatta. Quelli che contano i soldi e gli affari, e quelli che contano un po’ meno, ma tengono insieme tutto il resto.

Monza, i funerali di Mario Colombo: il sindaco Pilotto, Adriano Galliani e una comunità

Poca politica, giusto il sindaco Paolo Pilotto con la fascia. Adriano Galliani che è nato proprio all’ombra della basilica e non poteva mancare. Per il resto, solo persone. Solo una comunità che si stringe attorno a uno dei suoi simboli. Un funerale che, senza volerlo, è riuscito persino ad anticipare le celebrazioni per la festa della Polizia. Ma senza divise, senza protocolli: solo rispetto.

E alla fine restava quella scena iniziale, il Dogui che piange. Perché quando piange lui, quando piangono tutti, vuol dire che non se n’è andato solo un uomo. Se n’è andato un modo di stare al mondo. E allora sì, anche il tempo, per un attimo, si ferma davvero.

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.