Monza, appello del terzo settore: a rischio la relazione sociale del carcere con il territorio

La novità scaturisce dalla consapevolezza delle crescenti difficoltà che si incontrano per gli ingressi nel penitenziario. Sollecitata una riflessione sulle condizioni detentive
Monza 2025 casa circondariale
L’interno della casa circondariale di Monza

Una quindicina di associazioni e realtà del terzo settore che operano nella casa circondariale di Monza hanno sottoscritto un appello alleanza per denunciare «la riduzione della concreta possibilità di relazione con il territorio che indebolisce ulteriormente la logica costituzionale della detenzione come percorso di reinserimento sociale già fortemente compromessa dalla natura stessa del carcere e dalle condizioni di sovraffollamento», si legge nel documento. Un appello che fa seguito all’allarme lanciato dal cappellano del carcere, don Tiziano Vimercati, «perché la cittadinanza ne sia consapevole e perché gli sforzi che il volontariato, le istituzioni, le persone che lavorano nella casa circondariale compiono non venga vanificato da norme e regolamenti che vanno nella direzione opposta a quel che servirebbe».

Appello: sotto la lente le crescenti difficoltà di ingresso nella struttura

A preoccupare le tante realtà del terzo settore che da tempo operano all’interno dell’istituto di reclusione di via Sanquirico, impegnate in diverse attività dalla cultura allo sport, dal supporto materiale a quello relazionale fino all’inserimento lavorativo, è «la crescente difficoltà ad operare nelle attività di volontariato verso il carcere». E tutto questo -precisano i sottoscrittori dell’appello- nonostante l’impegno della direzione e del personale della casa circondariale. Diventa sempre più complicato, infatti, l’ingresso di persone esterne, in particolare gli studenti ma anche l’uscita temporanea dei detenuti.

Appello: chiesta una riflessione complessiva sulle condizioni detentive

Un documento che rinnova ancora una volta la richiesta, giunta da più parti a conclusione del Giubileo della speranza indetto da papa Francesco, di provvedimenti di clemenza che pare siano ormai caduti nel nulla. «Per essere speranza riteniamo che oltre al nostro impegno quotidiano sia necessario e urgente rilanciare una più complessiva riflessione della società tutta sulla natura del carcere, sulle reali caratteristiche e condizioni di chi è detenuto e sui concreti risultati della detenzione». Hanno firmato l’appello le associazioni Ad alta voce, Carcere aperto, Carrobiolo, l’associazione culturale Geniattori, l’associazione Incontro e presenza, i volontari della Caritas di Monza, il Centro sportivo italiano, Confcooperative Milano e dei Navigli, la cooperativa sociale Il Ponte, Fondazione e associazione Stefania, il Forum territoriale terzo settore Monza e Brianza e l’impresa sociale Il Carro.

L'autore

Nata nell’anno dei due presidenti e dei tre papi. Scrivo per il Cittadino dal 2009, prima solo per l’edizione cartacea poi per la tv e il sito per cui realizzo anche servizi video. Mi occupo di chiesa locale, cronaca, volontariato, terzo settore, carcere. Con l’associazione Carcere Aperto nel 2011 ho realizzato insieme al fotografo Antonio Pistillo la mostra “Guardami”, dove abbiamo raccontato le storie dei detenuti della casa circondariale di Monza.