Una testimonianza lucida, che ha consentito agli studenti presenti di conoscere più da vicino gli eventi drammatici che accompagnarono il golpe che, nel 1973, rovesciò in Cile il presidente Salvador Allende, che pagò con la vita quel momento, ed introdusse la lunga dittatura del generale Augusto Pinochet, protrattasi fino al 1990. È quella che ha fornito martedì 10 febbraio, nella sede di via Gramsci a Seregno del liceo Parini, Guillermo Segundo Canova Jara, 83 anni, accompagnato dalla moglie Eliana ed intervistato dal nipote Filippo Canova, studente all’ultimo anno di corso del plesso diretto da Gianni Trezzi.
Liceo Parini: il racconto del golpe e della sua cattura
Dopo aver ricostruito i primi decenni della sua vita, con le esperienze in una segheria ed in una miniera nel sud della nazione, affiancate da quella nel sindacato, nonno Guillermo è entrato nel merito. «Il Cile della fine degli anni sessanta era un paese ricco -ha ricordato-, terzo produttore di rame nel mondo. Allende volle nazionalizzare questa risorsa, per evitare che venisse trasportata all’estero. Propose anche riforme che incisero profondamente sul contesto sociale, come quelle del sistema bancario, della scuola e della sanità, in un frangente dominato dall’inflazione, che portò anche ad un cambio della moneta». Il focus si è spostato quindi sul golpe: «Le voci di un colpo di stato erano sempre più ricorrenti e si concretizzarono l’11 settembre 1973. Noi non avevamo notizie, perché ogni comunicazione era bloccata. All’inizio, fu vietato radunarsi per strada e, con altri che come me condividevano le idee della sinistra, ci vedevamo per questo in chiesa ed al cimitero. Fui preso dai militari all’inizio del 1974 ed incarcerato». Qui è stata la moglie Eliana a subentrare nel racconto: «Lo trovai dapprima in una caserma dei carabinieri, poi in un recinto militare provvisorio. Ci fu consentito di fargli incontrare i figli, che allora erano bambini, ma non fu un gesto di umanità, bensì una mossa di ricatto morale, per indurlo a parlare».
Liceo Parini: la fuga in Italia, con l’appoggio di cattolici ed evangelici
Guillermo ha infine ripreso la narrazione: «Fui torturato in modo scientifico dai militari, che volevano spingermi a collaborare. Non lo feci: avevo ben presente che, a fronte di una prima informazione, me ne avrebbero chiesta un’altra e poi un’altra ancora. Alla fine, fui liberato, dopo aver rischiato la fucilazione, ed otto mesi più tardi, grazie alla chiesa cattolica ed a quella evangelica, riuscii a riparare in Italia».