Nelle ultime ore in una città che non scriviamo (anche se è facile da scoprire), un uomo “senza nome” ha deciso, con ogni probabilità, di mettere un punto alla sua vita. La notizia, secondo le regole del giornalismo, non c’è. Perché di suicidi (accertati o ancora presunti) non si scrive. Naturalmente, come per tutte le regole ci sono le eccezioni: se la persona coinvolta ha una rilevanza pubblica o se le modalità sono talmente eclatanti da giustificare che se ne dia conto. E fin qui la teoria. Poi ci sarebbe anche l’umanità. Perché un gesto estremo, come quello che si ipotizza essere accaduto in questo caso, è anzitutto una tragedia personale, una questione intima che esige il silenzio. Ma questo episodio torna a sollevare una serie di quesiti che non toccano solo la professione. Senza fare gli ipocriti (perché chiunque faccia questo mestiere, prima o poi è incappato nel dilemma atroce se scrivere o no, specie quando si sa che tutti gli altri ne scriveranno) la sensazione è che le regole deontologiche oramai le rispettino giusto alcuni iscritti all’Ordine dei giornalisti, mentre il far west di blog e canali YouTube dimostra che è possibile fregarsene mandando in onda (per un caso di omicidio di cui naturalmente si deve scrivere) intere telefonate (né penalmente né genericamente rilevanti) senza che alcuno batta ciglio. E allora la domanda sorge spontanea. Perché? E per quanto paradossale possa sembrare, è quella a cui è più facile rispondere. Basta guardare le visualizzazioni delle succitate telefonate: oltre 200mila. E allora viene un dubbio. Non sarà che mentre ci si arrovella su questioni “vetuste” come le regole (e l’umanità), il pubblico premia poi chi butta in pasto al sentir comune anche i sospiri di un moribondo? E a questo ognuno risponda come vuole. Noi continuiamo a non scrivere.
Vimercatese, l’editoriale: «Quando la notizia non ha più regole (né umanità)»
L'editoriale sull'edizione del Vimercatese de Il Cittadino di Monza e Brianza di sabato 26 febbraio 2026