Vimercatese, l’editoriale del direttore: “Il marchio resta in vetrina, gli operai fuori dalla foto”

L'editoriale del direttore Marco Pirola pubblicato sul Cittadino di sabato 10 ottobre 2026
Arcore sciopero e presidio Peg Perego
Arcore sciopero e presidio Peg Perego

C’era una volta il Made in Italy. Poi qualcuno deve aver pensato che fosse un concetto troppo stretto, faticoso, troppo pieno di operai, turni, stabilimenti e persone in carne e ossa. Meglio tenerne il profumo, il marchio, la nostalgia. La produzione, invece, può prendere un volo più lungo. La storia Peg Perego è questa. Un’azienda italiana nella memoria. Internazionale nei comunicati. Cinese nei prodotti e molto evasiva quando si tratta di spiegare che fine faranno i lavoratori di Arcore e San Donà di Piave. Al tavolo del Ministero, dove ci si aspettava almeno uno straccio di piano industriale, è arrivato il grande classico. Assenze pesanti, parole poche, certezze nessuna. Un meccanismo sin troppo semplice. Si compra un marchio costruito in decenni di lavoro italiano, lo si continua a vendere con il fascino rassicurante della tradizione. Poi si sposta la produzione dove costa meno.

E agli operai, che quella tradizione l’hanno materialmente tenuta in piedi, resta l’onore di ascoltare spiegazioni vaghe e aspettare il prossimo incontro. Naturalmente tutto avviene nel nome della competitività. Una parola elegantissima, che spesso significa una cosa molto semplice. Il prodotto deve continuare a sembrare italiano, ma chi lo fabbrica in Italia diventa un dettaglio costoso. Così il passeggino viaggia, il marchio resta in vetrina e i lavoratori finiscono in sala d’attesa. Il problema non è la Cina come Paese, ma una proprietà che usa l’Italia come etichetta e gli stabilimenti italiani come peso da alleggerire. È il capitalismo del souvenir. Si tiene il nome, si esporta il lavoro, si lascia a casa chi ha fatto grande quel nome. Poi magari si pretende pure l’applauso perché, in fondo, il logo è rimasto lo stesso. Solo che un marchio senza fabbrica è una bella scatola. Vuota. E dentro, sempre più spesso, non c’è più il futuro degli operai italiani. E poi c’è il dettaglio più comico, se non fosse tragico. Il piano industriale esiste, pare. Solo che lo hanno visto le banche. I lavoratori no. Chi monta, produce, assembla, tiene aperti i cancelli e porta a casa lo stipendio è una categoria troppo emotiva per essere informata. Meglio parlare prima con chi presta i soldi. Gli operai, si sa, hanno il brutto vizio di fare domande.

A loro resta la parte più moderna della storia: aspettare. Il tavolo, il verbale, il prossimo incontro. Aspettare che qualcuno spieghi se in Italia si continuerà a produrre o se gli stabilimenti diventeranno monumenti alla memoria del lavoro che fu. Intanto il marchio continua a girare bello lucido, presentabile, rassicurante. Perché il marchio è sacro. Il lavoro un po’ meno. Il marchio si espone in fiera, si racconta, si vende. Gli operai invece si convocano quando serve pazienza, sacrificio e magari silenzio. Una divisione dei compiti perfetta. L’immagine resta nobile, la produzione prende altre strade. E chi ha passato anni in fabbrica scopre di essere diventato un costo accessorio. Il punto, alla fine, è semplice. Se un’azienda vuole ancora vendersi come simbolo italiano, dovrebbe avere almeno il buon gusto di spiegare che posto intende lasciare all’Italia vera. Se quello dei capannoni, delle linee, delle mani che lavorano. Perché il Made in Italy senza gli operai italiani non è una strategia industriale. È solamente una cartolina con dietro scritto: saluti dalla delocalizzazione.

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.