Brianza Sud, l’editoriale del direttore: “Ballando sulle buche, mentre Rovazzi canta la città aspetta”

L'editoriale del direttore del Cittadino di Monza e Brianza Marco Pirola sull'edizione Brianza Sud di sabato 10 ottobre 2026
Fabio Rovazzi foto da Facebook
Fabio Rovazzi foto da Facebook

A Lissone hanno trovato la formula magica: se c’è una buca, ci si balla intorno. Se la stazione fa paura, si alza il volume. Se sull’edilizia girano ombre, relazioni da chiarire e presenze che meriterebbero più domande che sorrisi, si accende il palco. Evviva l’effimero, dunque. Anzi, l’effimerissimo. Anche se non hanno inventato nulla di nuovo rispetto a Renato Nicolini, mitico assessore alla Cultura di Roma negli anni Ottanta. E’ sua l’invenzione della Cultura dell’effimero.

Lissone reale può aspettare. Le strade dissestate pure. La sicurezza in stazione, con cittadini che chiedono più controlli e meno rassicurazioni da comunicato, verrà dopo. Prima c’è l’agenda degli eventi, il calendario delle comparsate, la cultura trasformata in intrattenimento da piazza, dove il pensiero critico dura il tempo di un ritornello e la politica si consola con l’applausometro.

Sembra di essere tornati alla stagione dell’effimero di Renato Nicolini, solo senza la stessa forza visionaria e con molti più problemi lasciati sul marciapiede. Allora era una provocazione culturale, oggi rischia di diventare una comoda distrazione amministrativa. Perché mentre si discute di Fargetta per il Fuori Gp e ora di Rovazzi, la città continua a chiedere cose meno scintillanti ma più urgenti: asfaltature, decoro, controlli, trasparenza, presidio del territorio.

Naturalmente guai a dirlo: si passa subito per nemici della festa. Ma il punto non è essere contro gli eventi. Il punto è capire se una città possa vivere di palchi mentre sotto il palco scricchiolano le fondamenta. Se la cultura diventa solo rumore, se l’amministrazione confonde la partecipazione con la folla, se il successo si misura a selfie e casse dritte, allora il rischio è evidente: governare l’immagine e lasciare la sostanza in manutenzione straordinaria, possibilmente rinviata.

Il paradosso è che tutto questo viene venduto come modernità. Come se bastasse portare un nome noto in piazza per certificare la vitalità di una città. Ma una città non è viva perché per una sera riempie una piazza. È viva se un pendolare torna dalla stazione senza sentirsi abbandonato, se un anziano attraversa una strada senza dover fare slalom tra crateri e rattoppi, se un cittadino che guarda a certe operazioni edilizie non deve chiedersi chi stia davvero decidendo il futuro del territorio.

Gli eventi passano, le scelte restano. E quando la politica sceglie soprattutto ciò che luccica, bisognerebbe almeno avere il pudore di non chiamarlo progetto culturale. È intrattenimento, legittimo finché non diventa alibi. Perché una canzone può anche far ballare una piazza, ma non mette in sicurezza una stazione, non illumina gli angoli bui, non ripara l’asfalto, non chiarisce i rapporti opachi, non restituisce ai cittadini la sensazione che qualcuno stia guardando i problemi negli occhi.

La città non ha bisogno di essere più triste. Ha bisogno di essere più seria. Le feste servono, ma non possono diventare il grande lenzuolo colorato steso sopra i problemi. Perché prima o poi la musica finisce, le luci si spengono, Rovazzi torna a casa. Le buche, invece, restano. E quelle non cantano: fanno inciampare.

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.