L’editoriale del direttore Marco Pirola: «Romeo l’ultimo dei leghisti difende le radici della lega prima che gli rimanga solo il tronco…»

L'editoriale del direttore del Cittadino, Marco Pirola, sull'edizione di giovedì 10 settembre 2026.
Stampa giornali editoriale - foto Freepik
Stampa giornali editoriale – foto Freepik

Nella Lega ormai succede una cosa curiosa. Più cerchi di tornare alle origini, più rischi di finire fuori dal partito. È il paradosso di Massimiliano Romeo, che in queste ore si ritrova a difendere quella che, con una certa ostinazione, considera la radice storica della Lega proprio mentre Matteo Salvini sembra sempre più intenzionato a mandare in soffitta qualche vecchio pezzo dell’arredamento.

Il capo dei senatori del Carroccio, insomma, rischia il siluro. E nel frattempo si è messo l’elmetto. La sua battaglia è abbastanza semplice da capire. Ricordare che prima della Lega sovranista, patriottica, romana, governativa e quant’altro, esisteva una Lega che parlava di Nord, territori, autonomia, federalismo e soprattutto di una certa identità politica. Una roba che oggi, a furia di allargare il partito, rischia di essere conservata in una teca del museo di Pontida accanto al primo fazzoletto verde. Il problema è che mentre Romeo prova a recuperare la vecchia Lega, nella Lega nuova è passato Roberto Vannacci. Non esattamente da custode del museo.

E qui comincia il bello. Perché la Lega sembra diventata un partito nel quale convivono almeno due anime, tre strategie e una quantità di correnti sufficiente a far sembrare l’ex Partito comunista italiano una riunione di condominio. Da una parte c’è Salvini, che negli ultimi anni ha trasformato la Lega in un partito nazionale, cercando voti dal Monviso a Lampedusa. Dall’altra ci sono quelli che ricordano che il partito era nato proprio per spiegare agli italiani che il Monviso e Lampedusa, politicamente, non erano la stessa cosa. In mezzo ora c’è Vannacci, che prima ha portato nel bottino elettorale una montagna di consensi personali poi ha fatto capire una cosa piuttosto spiacevole per i leghisti della vecchia guardia. Per pesare dentro il partito, poteva essere più utile avere un generale da spendere che dieci anni di militanza. Ed è qui che Romeo prova a giocarsi la sua partita.

Non soltanto per difendere se stesso, ma per recuperare un pezzo di quella Lega che rischia di essere progressivamente svuotata. Prima le battaglie autonomiste, poi il territorio, poi il Nord.

Se continua così, tra qualche congresso rimarrà soltanto il nome. E forse nemmeno quello, visto che qualcuno potrebbe decidere che anche “Lega” è un marchio vintage. Romeo, invece, prova a dire che no: la storia conta. Le radici contano. E che un partito senza radici rischia di diventare un bonsai elettorale. Piccolo, ornamentale e facilmente spostabile da una parte all’altra. La domanda, però, è se questa operazione di recupero arriverà prima del recupero della valigia. Perché il punto vero è tutto qui. Romeo sta cercando di riempire uno spazio politico che Salvini, negli anni, ha progressivamente svuotato per allargare il consenso nazionale. E mentre lui raccoglie i cocci della vecchia Lega, Vannacci occupa pezzi del nuovo spazio. La guerra, dunque, non è soltanto tra persone. È tra identità.

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.