Ci sono anniversari che meritano una torta e quelli che valgono una coincidenza. Il 17 agosto 1840 nasceva la ferrovia Milano-Monza, la seconda in Italia dopo la Napoli-Portici. Capricci da re… Centottantasei anni dopo siamo ancora qui a celebrarla, con una domanda semplice e vagamente impertinente. In tutto questo tempo, possibile che il grande progresso ferroviario abbia prodotto appena nove minuti di risparmio? A guardarla “storta” sembra la versione brianzola della conquista dello spazio. Allora era il futuro. Oggi, a guardare gli orari, qualche dubbio viene. Nel 1840 salire sul treno per Milano era qualcosa di rivoluzionario.
Il viaggio segnava l’ingresso nella modernità. Il ferro, il vapore, la velocità, la possibilità di collegare due città in modo rapido e regolare. Nei primi quattro mesi furono circa 150mila i passeggeri a scegliere quella novità. Non male, considerando che il marketing consisteva sostanzialmente in una locomotiva che faceva rumore e fumo. E il biglietto? Una lira e mezza in prima classe. Un lusso, certo, ma almeno la prima classe prometteva probabilmente una cosa che oggi sembra fantascienza: arrivare a destinazione con la sensazione di aver viaggiato nel futuro. Oggi trasporta una marea umana che si muove tra Monza e Milano. Ma qui arriva il piccolo capolavoro. Dopo 186 anni, il grande obiettivo è tagliare nove minuti. Nove. Non novanta. Non un’ora. Nove minuti. Naturalmente nove minuti, moltiplicati per migliaia di pendolari e per centinaia di giorni lavorativi, possono diventare una quantità di tempo significativa. Ma resta irresistibile il confronto con i nostri antenati del 1840. Loro inauguravano una nuova era dei trasporti. Noi celebriamo la possibilità di arrivare un po’ prima. Eppure, sotto l’ironia, c’è una questione molto seria.
La Milano-Monza non è un trenino turistico da anniversario, ma un’infrastruttura sulla quale si regge una parte enorme della mobilità quotidiana della Brianza. Quei 44mila passeggeri al giorno non sono numeri su un tabellone. Sono famiglie che organizzano la giornata attorno agli orari dei treni e lavoratori che sanno perfettamente quanto può diventare lungo un minuto quando il convoglio è fermo in mezzo alla linea. Centottantasei anni fa il treno era una promessa di velocità. Oggi la promessa è di recuperare qualche minuto. Sono cambiate le locomotive, le carrozze, le stazioni, l’elettronica e persino il modo in cui guardiamo l’orologio. Non è cambiato, invece, il bisogno fondamentale: arrivare. Questo è il paradosso. Abbiamo costruito una delle economie più dinamiche d’Europa ma poi ci ritroviamo a discutere con il cronometro per strappare minuti a una ferrovia nata quando l’Italia ancora non esisteva. Allora un biglietto di prima classe costava una lira e mezza.. Sarebbe già un ottimo risultato riuscire a conservare lo stesso entusiasmo per il progresso. Il vero anniversario non dovrebbe essere solo quello della sua nascita, ma quello della sua capacità di continuare a migliorare. Centottantasei anni sono tanti. Abbastanza per costruire una nazione, inventare internet, andare sulla Luna e tornare. Per la Milano o-Monza ci accontenteremmo di un pugno di minuti in meno ancora.