Ci sono persone alle quali non sai come dire addio. Perché l’idea stessa di doverlo fare sembra sbagliata. Alfredo Mantica è una di queste. Lo conosco dal 1983. O Forse l’anno prima, ma poco importa. Nel 1996, quando venne eletto senatore a Monza, le nostre strade si sono intrecciate ancora di più e io ho avuto la fortuna di seguirlo in mille avventure. Politiche, certo. Ma soprattutto umane. Perché alla fine, quando una persona ti accompagna per più di quarant’anni, la politica diventa quasi un dettaglio. Adesso Alfredo è morto. E io sono qui a cercare parole che non trovo. Frasi che scappano.
Tra poco dovrò andare a Gardone, nella clinica dove se n’è andato, per dargli l’ultimo saluto prima che torni a Milano, inghiottito dalle celebrazioni, dalle autorità, dagli amici di una vita. Ci sarà Ignazio La Russa, il suo compagno di tante battaglie. E forse sarà inevitabile che tornino alla memoria anche gli anni più lontani, quelli in cui Alfredo e Ignazio erano ragazzi e, in una Milano molto diversa da quella di oggi, capitava persino di dover scappare dalla finestra di una pizzeria per evitare un comitato d’accoglienza armato di chiavi inglesi. Erano gli anni terribili dopo gli omicidi di Enrico Pedenovi e Sergio Ramelli. Anni che Alfredo non aveva mai dimenticato.
Ma io oggi non voglio ricordare il senatore. Voglio ricordare Alfredo. Voglio ricordare una litigata furibonda in largo Marinai d’Italia, a Milano, nel piazzale dei taxi. Lui era sottosegretario agli Esteri del governo Berlusconi, io dirigevo L’Esagono. Il governo cercava un responsabile per l’agenzia europea per la lotta alla droga, con sede a Vienna. Io avevo un nome. Quello di un magistrato milanese che si era detto disponibile.
Alfredo sbraitava: «Ti pare possibile che io vada a proporre un magistrato di Milano a Berlusconi, che in questo momento è incazzatissimo con i magistrati?». Io sbraitavo più di lui. Urla beluine. Le sue, le mie. Arrivò la Polizia. Poi il silenzio. Per giorni. Una settimana dopo apro il giornale e leggo che era stato nominato proprio quel magistrato. Non gli dissi nulla. Non ne ebbi il coraggio, o forse mi divertiva aspettare. Poi, qualche tempo dopo, fu lui a venirmi incontro: «Dimenticavo: non ti darò mai la soddisfazione di dire che avevi ragione». Pausa. «Stefano è proprio una brava persona. E pure Berlusconi è contento». Era Alfredo. Aveva litigato con te fino a consumare la voce, poi, se gli davi torto, trovava comunque il modo di non darti completamente ragione. Era fatto così.
Con Alfredo abbiamo combattuto anche per l’Autodromo. Abbiamo inseguito progetti, litigato con qualcuno, convinto qualcun altro, preso cantonate e festeggiato quando qualcosa andava nella direzione giusta. Abbiamo passato ore a parlare di Monza, di politica, di persone. Ma soprattutto abbiamo passato ore a parlare. E poi c’erano le sue fughe. Una volta decise che aveva bisogno di staccare da tutto. Partì per la Namibia. Non portò il cellulare. Non disse dove sarebbe andato. A nessuno. O quasi. Prima di partire mi aveva lasciato una sfida, più o meno così: «Vediamo se mi trovi». Lo trovai. E feci appendere all’ingresso del villaggio dove alloggiava un cartello con scritto che il senatore Mantica doveva chiamare con urgenza Marco.
Dopo un po’ il telefono squillò. Era lui. Dal deserto. Rideva come un matto e, naturalmente, mi mandava qualche “saracca”. Avevo vinto la sfida. O almeno così mi piace ricordarla. Poi c’è una fotografia che non ho bisogno di vedere per ricordarla. Il mio matrimonio. Esattamente 30 anni fa. Alfredo c’era. Come c’era in tanti momenti della mia vita nei quali non era necessario essere senatore, sottosegretario, dirigente di partito o qualunque altra cosa fosse scritto sulla sua carta intestata. Bastava essere Alfredo. E poi c’è Matteo. Il mio primo figlio. Alfredo un giorno lo prese da parte. E riuscì a fare una cosa che nessuno era mai riuscito a fare: gli fece bere mezzo bicchiere di vino. Matteo non beve vino. Non lo ha mai bevuto. Non tocca nemmeno la bottiglia. Ma quel giorno, con Alfredo, accettò di assaggiarlo. Non so perché. Forse perché i bambini, qualche volta, capiscono le persone prima degli adulti. Forse perché Alfredo aveva quel modo di convincerti a fare cose che con gli altri non avresti mai fatto. O forse semplicemente perché era Alfredo.

Da tempo era malato e si era ritirato nella sua villa di Gardone vicino a Salò. La vita, negli ultimi tempi, si era fatta più stretta, più difficile. Le telefonate erano cambiate. Gli incontri erano diventati più rari. Ma il filo non si era spezzato. Questa primavera sono riuscito a regalargli un’ultima cosa. Un convegno. Uno di quelli che faceva una volta. Di quelli che gli piacevano: persone, idee, discussioni, qualche polemica e quella sua voglia di stare in mezzo alle cose. Era un suo desiderio. parlare poi di Luca Attanasio l’ambasciatore ucciso in Africa che lui aveva assunto al ministero e che io avevo conosciuto di persona. E io sono riuscito a farglielo fare. Allora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo. Adesso lo so. E questa consapevolezza fa male. Fa male perché avrei voluto regalargliene un altro.
E poi un altro ancora. Avrei voluto continuare a litigare con lui nei piazzali dei taxi. Avrei voluto sentirmi dire ancora che non mi avrebbe mai dato la soddisfazione di avere ragione. Avrei voluto cercarlo in qualche altro angolo del mondo, sapendo già che prima o poi lo avrei trovato. Avrei voluto che mi chiamasse ancora dal deserto. Avrei voluto sentirlo ridere. Avrei voluto vedere ancora Alfredo prendere in braccio un bambino. Avrei voluto semplicemente sapere che c’era. Perché alcune amicizie non fanno rumore quando entrano nella tua vita. Poi, quando se ne vanno, lasciano un silenzio enorme. Alfredo, oggi vengo a salutarti a Gardone. Prima che Milano ti riprenda, prima delle commemorazioni, dei discorsi, delle bandiere e dei ricordi ufficiali.Vengo a salutare te. Non il senatore. Non il sottosegretario.Non il dirigente politico. Vengo a salutare il mio amico. Quello che conosco dal 1983. Quello con cui ho litigato, riso, combattuto, viaggiato, discusso e condiviso pezzi della mia vita. Quello che è venuto al mio matrimonio. Quello che ha tenuto in braccio mio figlio. Quello che è “scappato” in Namibia senza telefono per vedere se riuscivo a trovarlo. Quello che, alla fine, sono riuscito a convincere a fare ancora una volta un convegno. E forse è questo il ricordo che voglio tenere più stretto. Alfredo seduto in mezzo alla gente, a parlare, discutere, sorridere. Ancora curioso. Ancora vivo. Ancora Alfredo. Ciao, vecchio mio. Mi raccomando: non provare a dirmi che non avevo ragione. Perché stavolta, purtroppo, non posso più aspettare una settimana per scoprire che avevi ragione tu.