In Italia ci sono decine e decine di città che hanno trovato il modo, il tempo e il luogo (seppur tra polemiche, discussioni e inevitabili distinguo), di dedicare una piazza o una via a Sergio Ramelli. Il militante del Fronte della Gioventù assassinato a colpi di spranga il 29 aprile 1975 a Milano da appartenenti ad Avanguardia Operaia. Ad Arcore invece no. Non perché la sinistra abbia vinto una battaglia epocale. Ma perché il centrodestra è riuscito nell’impresa, francamente non banale, di sabotarsi da solo. Una piccola opera d’arte di autolesionismo politico.
Arcore, Ramelli per due volte “fantasma”: in commissione per due volte alla maggioranza manca un numero
La scena è semplice. Commissione comunale chiamata a esprimersi sull’intitolazione. La sinistra fa quello che fa sempre in questi casi: si alza e se ne va dalla stanza. Non approva, non partecipa, non concede neppure il numero legale. È una posizione politica discutibile, ma coerente. Il problema è che insieme alla sinistra sparisce anche un membro della maggioranza. Non la prima volta, tra l’altro. La seconda. Risultato: numero legale saltato. Commissione rinviata. È servita la terza, venerdì 13 marzo con l’abbassamento del quorum, per far passare la delibera. L’inaugurazione della piazza prevista per sabato 14 marzo, e cancellata, è quindi rinviata dopo la metà di aprile.
Arcore, Ramelli per due volte “fantasma”: Fratelli d’Italia e l’autosabotaggio
Una farsa. Sipario. Fischi dal pubblico. Non serviva una mobilitazione patriottica, né un presidio di reduci. Bastava letteralmente restare seduti su una sedia. E qualcuno per due volte non si è presentato. Evidentemente era troppo.
Forse qualcuno dei vertici di Fratelli d’Italia dovrebbe intervenire visto che hanno “sputato” su di un simbolo. Forse sono troppo impegnati a contare le poltrone future, a tenere insieme quelle traballanti o tutte e due le cose. Così il centrodestra è riuscito a compiere una di quelle imprese che entrano nel folklore politico: impedire a se stesso di approvare una proposta simbolicamente identitaria. Non per un attacco degli avversari. Per distrazione interna. O per qualcosa di peggio.
Perché qui non si parla di una pratica urbanistica o di una rotatoria. Sergio Ramelli, per la destra italiana, è un simbolo. Un ragazzo ucciso da un commando dell’estrema sinistra per un tema scritto a scuola contro le Brigate Rosse. Quel ragazzo dai capelli lunghi è diventato negli anni una figura identitaria per una parte politica che su memoria, martirio e riconoscimento pubblico ha costruito una narrazione precisa. Che piaccia o no, è così. E quindi la domanda sorge spontanea: il consigliere di Fratelli d’Italia che per la seconda volta fa mancare il numero legale lo sa chi era Ramelli? Sa cosa rappresenta per il suo stesso mondo politico? Perché se lo sa, allora siamo davanti a un capolavoro di sabotaggio. Se non lo sa, il problema è ancora più interessante. Certo, qualcuno sussurra che dietro ci siano rancori personali, piccole vendette di cortile, schermaglie interne che con la memoria storica c’entrano quanto un parcheggio con la filosofia politica. Può darsi. In Italia la politica locale è spesso una versione in scala ridotta del teatro umano.
Arcore, Ramelli per due volte “fantasma”: brutta figura
Resta il dato di fatto: mentre in mezza Italia si tagliano nastri e si scoprono targhe, ad Arcore la destra riesce a trasformare un’intitolazione in una figura di palta. Per dirla in modo elegante. O, se si preferisce un’immagine più realistica, in qualcosa di molto simile al cioccolato… ma biologicamente più compromettente. E a quel punto il danno non è solo amministrativo. È simbolico.
Quando un partito come Fratelli d’Italia non riesce nemmeno a difendere i propri simboli per assenza dei suoi stessi rappresentanti, il problema non è la sinistra che esce dalla stanza. È chi avrebbe dovuto restare seduto.