Racconta che “si parte sempre dal vuoto, o almeno io ogni volta parto da quello” e di certo, in via Turati a Monza, ne ha trovato tanto: lo spazio che le è stato assegnato è un corridoio lungo e largo che ha bisogno di essere riempito e immaginato ogni volta da capo. Dice anche che si parte “da una mancanza, a cui non mi sono mai abituata, e a cui non ho mai saputo dare un nome. Anzi un nome esiste, ma manca comunque”.
Residenze d’artista a Monza: al Binario 7 per un mese
Rossana La Verde, siciliana (Caltanissetta, 1997) diventata monzese per un mese, ha preso casa nelle scorse settimane al teatro Binario 7 per la nuove edizione delle residenze d’artista – accoglienza in cambio di espressione d’arte, in sintesi. Uno dei tanti capitoli del polo culturale del teatro che non è più, da tempo solo teatro.
“Abiterò la sala Fellini per quasi un mese, e farò delle cosine lì dentro, costruirò una mostra, che è anche una festa, ma nessuno è stato invitato. Come fare allora, per farla esistere e farti esistere?”. Il punto di approdo è il 12 aprile, giorno finale del progetto, ma due giorni prima, il 10 alle 19, con la storica dell’arte Simona Bartolena che guida il progetto racconterà che cosa ha fatto. O “combinato”, come dice lei. Il progetto si chiama “L’unico compleanno che potevi festeggiare non ha un nome” e si può spiare il martedì (10.30-15), il mercoledì (16.30-20) e il venerdì (16.30-20).
Residenze d’artista a Monza: chi è Rossana La Verde
Siciliana, artista, costumista e perfomer, racconta che il suo immaginario “è caratterizzato da una qualità infantile, in cui tenerezza e dolore coesistono, e l’atto dell’immaginare diventa uno strumento di ricostruzione. La mia pratica assume la forma di un’indagine emotiva che interroga ciò che resta dopo una perdita. Il lutto è una ferita che porto con me da sempre: a due anni ho perso mio fratello, che aveva respirato nel mondo per soli cinque giorni, e da allora la mia memoria si costruisce su frammenti incerti, tra vissuto e narrazione familiare”.
Trauma e lutto che fulminano il paesaggio visivo dell’artista, costruito e pensato sui colori ai confini del pop – non quello wharoliano, ma quello della cultura anni Ottanta di cui pure non ha sostanzialmente fatto parte – per andare a caccia di un’esperienza che non è più individuale ma “collettiva” perché “per me fare arte significa interrogarmi, e interrogarsi insieme, sulla responsabilità emotiva e sulla riparazione attraverso la pratica artistica. Il mio lavoro si muove su questo crinale, tra delicatezza materica e necessità critica, concentrandosi sul dolore tramandato come spazio da abitare, interrogare e trasformare”.
Residenze d’artista a Monza: esordio del Binario 7
Quello spazio oggi è quello del Binario 7 nell’esordio delle residenze d’artista del polo culturale monzese, dove la vasca diventa spazio per “una festa che non c’è potuta essere e che risulta apparentemente finita. Si tratta di un ambiente popolato da giocattoli dimenticati, festoni abbandonati, regali mai scartati, con il tentativo di fare emergere un’assenza attraverso opere tattili che richiamano la fragilità e la memoria corporea, attivabili anche attraverso la prossimità o il gesto”.
Per capire l’architrave del progetto bisogna passare dalla psicoterapia Pbsp (Pesso Boyden System Psychomotor, dove Pesso e Boyden sono i nomi dei formulatori), “che lavora sulla rielaborazione delle esperienze emotive attraverso il corpo e lo spazio”, attraversare “un’installazione in cui sarà presente uno spazio oscurato, all’interno del quale entrare in solitudine con un foglietto su cui lasciare una sensazione” e visitare le sculture “morbide, fortemente attraenti per la loro estetica e la loro qualità tattile, che abiteranno l’ampia aula della vasca e saranno esplorabili anche attraverso la dimensione performativa, con attivazioni che coinvolgono il corpo”.